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Recensione film Io e Te: c’era una volta io ballo da sola

Io e te, tu e io, noi due, lontani dal mondo, casualmente insieme, volontariamente isolati ma non soli, forzati a conoscerci, aiutarci e a crescere. Un inno alla vita che arriva da quel Bernardo Bertolucci che da trent’anni non faceva un film tutto italiano. Io e Te è ambientato nel suo paese, è recitato in italiano da giovani promesse nostrane e porta sul grande schermo una storia universale nata dalla italica penna di Niccolò Ammaniti.

Nonostante anche questo film attinga dall’ennesimo tomo, i temi cari da sempre all’autore sfilano uno ad uno davanti a noi: il protagonista è un adolescente, i pochi scambi che ha con la madre sono provocatoriamente incestuosi e divide gli spazi con una sorella ribelle ed autodistruttiva che esteticamente ci ricorda molto la  Liv Tyler di Io ballo da sola.

 © Severine Brigeot

L’immobilità del regista è continuamente presente, i luoghi si fan sempre più piccoli, chiusi, angusti e sovraffollati. Questa volta rimaniamo per 90 minuti in una cantina, alla luce di una vecchia abat-jour, e seguiamo la crescita dei due giovani protagonisti. Lui è adolescente, introverso e fa il matto, unico mezzo per ottenere quello che vuole, la solitudine. Di fatto è confuso, deve comprendere, metabolizzare e infine vivere questa nuova fase della vita e prenderà il volo grazie alla convivenza forzata con una sorella più grande, eclettica e dai mille problemi.

Di fatto è una pièce teatrale in cui spiccano i due attori che si tengono testa per la quasi totalità dell’opera. Loro due che si studiano, litigano, s’aiutano per poi ridere complici, un ruolo non semplice ed in cui hanno fallito anche grandi nomi, ma questi due giovani ci regalano una performance che ci fa dimenticare siano nati nel 1986 e 1997 (ohibò!). Jacopo Olmo Antinori un segreto deve averlo (per me è nato dietro un tendone di qualche palcoscenico romano) perché a lui la telecamera non fa per nulla paura e scoprire che Tea Falco abbia una forte personalità con notevole vena artistica non può stupirci. Questi due ragazzi sono stati davvero una sorpresa che ha illuminato la sala.

 © Severine Brigeot

Riconosco il genio del cineasta, i suoi film mi hanno accompagnata tutta la vita, ho amato la sua vena poetica (credo dovessi capire che fine avrei fatto il giorno che marinai la scuola per assistere alla proiezione pomeridiana de L’ultimo Imperatore), ho odiato il suo perseverare nell’inserire nei suoi lavori sempre più elementi provocatori, anche quando non necessario. Diventata ipercritica nei suoi confronti, sono quindi entrata al cinema con la penna aggressiva, ma ben presto ho dovuto placare la belva.

La lucidità del suo sguardo sulla realtà, la precisione nel ricreare gli ambienti e nel descrivere le inquietudini dei giovani qualunque (i protagonisti non sono due emarginati bensì figli c.d. di buona famiglia), e l’aver scommesso su un cast non di richiamo per affidare un vero e proprio fardello (nessuno a cui aggrapparsi e un argomento difficile da riprodurre senza apparire forzato) ci stupiscono e fanno riflettere, perché gli occhi che scrutano così bene il mondo circostante sono quelli di una persona con notevoli primavere sulle spalle. Voto 7.

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