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Recensione L’inverno del mondo di Ken Follett

Dare alle stampe un volume come “L’inverno del mondo” ha un sicuro vantaggio: le graduatorie dei libri più letti riporteranno senza alcun dubbio nelle prime posizioni la tua (rivedibile) copertina. In primo luogo perché l’autore ha stuoli di appassionati pronti a dedicarsi ad ogni sua pubblicazione, ed è difficile immaginare che un nuovo romanzo di Ken Follett non contribuisca massivamente agli incassi della casa editrice (in particolare se viene scaraventato sugli scaffali a 25 – dicasi venticinque – euro). E poi perché si tratta della prosecuzione di una prova letteraria (“La caduta dei giganti”) che aveva avuto un grande riscontro: da un punto di vista strettamente commerciale, quindi, l’operazione ha un successo garantito.

Il punto diventa: “Ma da un punto di vista letterario?”.

Ecco.

La prima considerazione che mi viene alla mente è che il progetto è DAVVERO ambizioso: tracciare una storia del Novecento sviluppando le vicende di cinque grandi famiglie dislocate in tutto il mondo è un compito di fronte al quale tremerebbero le vene di autori di caratura universale. L’esperimento era forse meglio riuscito ne “La caduta dei giganti”, mentre in questa seconda parte si avverte un sottofondo di leggera stanchezza che tradurrei con l’immagine di una gabbia dorata: ci si è infilati in un plot narrativo che costringe a incrociare continuamente i destini di un gruppo di personaggi prestabiliti (e dei loro discendenti…) e anche l’arte affabulatoria e narrativa di Follett finisce inevitabilmente per sentirne il peso. Mi spingo oltre e cerco di interpretare anche la lunghezza eccessiva del romanzo con la stessa motivazione: per evitare di diventare stucchevole e sommamente improbabile, incroci e contro-incroci fra i personaggi andavano quasi necessariamente distribuiti su un migliaio di pagine. E non ne faccio, per carità, una questione numerica: abbiamo tutti in mente romanzi corposissimi che non danno l’impressione di necessitare di una forte sforbiciata come capita invece a “L’inverno del mondo”.

Il risultano finale non è – ovviamente – illeggibile, ed in particolare nella prima parte le pagine volano via che è un piacere. Non lascerà un segno indelebile dentro di voi, ma è (buona) letteratura di intrattenimento, felicemente concepita per far compagnia sul treno e riposare per qualche ora la materia celebrale. Meno convincente la seconda metà, che in alcuni punti richiama alla memoria una dei lettori imprescindibili del lettore secondo Daniel Pennac, ovvero quello di saltare le pagine. Ci sono andato drammaticamente vicino.

Attendo la terza parte della trilogia – in programma per il 2014 – con una speranza: l’ambientazione storica sarà forse più affine alla storia letteraria di Ken Follett, che dagli anni della Guerra Fredda potrebbe trarre nuovo giovamento.

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