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Recensione anteprima film End of Watch – Tolleranza Zero


End of Watch- tolleranza Zero, da giovedì nelle sale, è uno di quei casi in cui speri di vedere una cosa e ti trovi di fronte ad un’altra. Ci rimani male e devi fare i conti con questa emozione che mette a dura prova la tua oggettività. End of Watch nasce da un’idea ambiziosa: mostrare da una angolazione diversa, davvero inconsueta, una vicenda vista più e più volte su grande e piccolo schermo, con la speranza di dare nuovo smalto ad un genere inflazionato (il poliziesco) e rendere avvincente un intreccio usato e abusato (metropoli, ghetto, duo al volante).

Avere The Shield alle proprie spalle, sicuramente è rassicurante, da la certezza che il pubblico sia recettivo e accoglierà con benevolenza questa nuova avventura di due compagni, Taylor e Zavala, di pattuglia in una delle peggiori zone di Los Angeles, che superando le loro differenze, riescono a costruire un rapporto solido e fraterno. Perché questa è una storia di fiducia, amicizia e, più in generale, di fragilità umana. All’apparenza un poliziesco di fatto un dramma in piena regola. Palese sin da subito che si punti sull’affiatamento, la totale intesa tra i due poliziotti che rimarranno sempre uniti, sia per arrestare uno spacciatore, sia per salvare dalle fiamme una famiglia, sia per aiutare i compagni in difficoltà.

Ma essere preceduti da una serie TV di enorme successo, dedicata al labile confine tra lecito e illecito, è una spada di Damocle che ha alzato non poco l’asticella qualitativa del genere e le pretese degli spettatori. Così, oggi, che la storia ruoti intorno ai vecchi principi di rispetto, onore, fiducia nel partner e supporto dell’arma sempre e comunque, non implica l’automatico successo dell’opera. Il forte strazio interiore, la difficoltà ad essere normali dopo una giornata trascorsa a vedere traffici, umiliazioni e violenza di ogni genere, non è più sufficiente. Oramai sempre più spesso è richiesto un mix di realismo, strazio e immagini oltre lo scibile, che colpiscano occhio e anima, e qui, nonostante la palpabile buona volontà, qualcosa non funziona.

L’espediente usato per rendere realistico il racconto è la costante prospettiva della camera mobile, nelle mani talvolta di uno membro di una gang dal nome improbabile e altre volte di un agente, e la coppia di poliziotti, ragazzini ma non troppo, è credibile per età ed estrazione, ma ciò nonostante il trasporto latita. Situazioni prevedibili scorrono senza sosta e senza che accada granché e la presentazione dei giocatori della tanto attesa partita è davvero lunga, occupando l’intera prima ora. L’individuazione del cattivo è difficoltosa al punto da temere sia sfuggito qualcosa (è una persona precisa? Un cartello? Una gang?) e, per contro, il finale appare sovrabbondante, quasi una corsa contro il tempo per mostrare tutto ciò che ci si era prefissati entro i limiti di lunghezza accordati.

Il risultato è che si rimane troppo in superficie, i personaggi cercano di convincerci della propria profondità con grandi dichiarazioni (in alcuni casi con uscite da cioccolatini) a cui non seguono mai sguardi, gesti, situazioni che provochino la nostra immedesimazione. Quindi, nonostante la simpatia che proviamo per i due protagonisti, per noi il film è bocciato. Ok l’introspezione e mostrare il lato quotidiano e umano di un mestiere alquanto unico, ma condividere la noia con coloro che sono in sala va bene al massimo per 10 minuti.

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