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Recensione film L’amore inatteso: le vie per la quiete sono infinite…

C’è la crisi, non si parla d’altro, i titoli di giornale sono sempre più tragici, la gente è ogni giorno più abbattuta e anche il rifugio al buio di una sala inizia a risentirne. Se da un lato le animazioni per i più piccoli sono divenute davvero accattivanti, dall’altro le opere drammatiche sono spesso strazianti e ci inducono ad essere famelici di oblio e/o speranza.

Lungi da me la vena polemica, soprattutto in un anno caratterizzato da non pochi exploit e da film sobri o con un’eleganza davvero rara, però permettetemi di provare stupore quando anche la laica Francia avverte la necessità di infondere speranza via grande schermo, toccando argomenti che normalmente non la contraddistinguono.

“L’amore inatteso”, come vuole la moda del momento, s’ispira a una storia vera e non una qualunque bensì quella vissuta in prima persona dalla regista e dal suo compagno – autore del caso editoriale “Catholique Anonyme” – Thierry Bizot. Già dal titolo del best seller avrete capito che oggi parliamo di stato di grazia, di come la vita di una persona possa imboccare un sentiero non previsto e migliorare sensibilmente, rimanendo un percorso personale e intimo.

È la storia di un uomo di successo, benestante, amorevole padre, che un giorno, per caso, si ritrova a seguire una lezione di catechesi e pian piano vive qugli incontri come il momento più intimo e di sollievo delle sue giornate. Passando quindi dallo scherno alla vergogna, col trascorrere dei mesi il nostro protagonista si rende conto di non poter più far a meno della sua nuova routine e decide di affrontare la famiglia e soprattutto il luogo comune.

Ammettiamolo, non è fashion parlare di fede, di Dio, di religione ai giorni nostri, ma è un dato di fatto: molte persone ritrovano contatto con se stesse, affrontano la propria quotidianità con maggiore slancio e si addormentano con un senso di quiete ritrovata nel momento in cui credono in un essere divino che li veglia, protegge e consiglia.

La regista Anne Giafferi fa del suo meglio per non indurre lo spettatore a credere che avere fede sia la soluzione a tutti i mali, narra solo di come in un caso (il proprio) essa abbia ridonato equilibrio a una persona e conseguentemente al suo rapporto con gli affetti più cari. Ma, soprattutto, di come la religione possa rimanere fonte d’ispirazione per un coniuge e non per l’altro e la coppia non subisca per forza ripercussioni negative, anzi…

Lodevole è il tentativo di mantenere la narrazione sobria, ironizzando sui luoghi comuni, sulla società moderna e un pochino anche sulla fede, senza mai calcare la mano e scivolare nella risata sguaiata e irrispettosa o, dall’altro lato, facendo proselitismo degno di una lezione di catechismo. L’audacia di questa regista ci induce a essere magnanimi, anche se rimaniamo convinti che abbia trovato terreno fertile soprattutto perché il ceto medio, target della sua opera, qui fuori sta vivendo ogni giorno nuove difficoltà.

Film leggero, non perfetto ma godibile, adatto ad un pubblico adulto e alla ricerca di spunti di riflessione e/o conversazione.

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