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Recensione del film d’azione Fire with Fire

Ci sono giornate lavorative che una volta arrivate al termine ci fanno sognare solo una doccia, una cena a base di schifezze e il tanto agognato telecomando, magari in compagnia di alcuni amici e con una lattina di bibita dolciastra in mano, e una buona dose di risate possibilmente con una pellicola che appartenga al genere action, grondante testosterone e altro frittomisto di ormoni, ma nulla di più, di certo nessuna filosofia, trama intricata o dramma strappalacrime che ci faccia ricordare la sofferenza nel mondo, all’orizzonte solo due ore di puro e delirante svago fine a sé stesso.

In questo caso, “Fire with Fire” probabilmente è il film perfetto: una storia in grado di appagare la vostra sete di machismo e di luoghi comuni, farcita di onore e amore e condita da una sovrabbondanza d’inquadrature girate in perfetto stile anni ’80 che esaltano corpi muscolosi e scolpiti, spesso sanguinanti per le tante botte prese. Il set non poteva quindi che essere dominato da una marea di uomini e da una sola donna (Rosario Dawson, Unstoppable): colei in grado di trasformare il protagonista (Josh Duhamel, Transformers I/ II/ III) in una vera macchina da guerra.

La trama presenta molte delle caratteristiche che contraddistinguono il genere: una terribile ingiustizia in apertura, un violentissimo criminale imprendibile, il bene che deve trionfare ad ogni costo sul male e che giustifica prima il sacrificio poi la giustizia privata, e la protezione dei propri cari che diviene una feroce vendetta, efficace grazie alla solita fortuna che accompagna il principiante.

Questa è la storia di un bel giovane Jeremy (contentino per le povere conviventi dei macho-men in poltrona), dallo sfortunato passato (garanzia di accattivarsi le simpatie di tutti i cuori deboli del palazzo) che una sera diviene testimone di una rapina-tragedia. Fare la cosa giusta comporterà mesi sotto mentite spoglie in un’altra città, in attesa dell’udienza in cui il nostro eroe testimonierà contro il temutissimo boss locale Hagan (un imponente e inquietante Vincent D’Onofrio, Sinister).

Hagan è privo di scrupoli e sprovvisto di una coscienza quindi, pur di raggiungere il suo scopo, non ha alcun problema a freddare bambini innocenti o a spappolare le rotule alle persone che si frappongono tra lui e l’obiettivo che si è prefissato. Insomma, impossibile non detestarlo e iniziare a tifare per chiunque voglia farlo fuori, ma… ma, ancora una volta in poche settimane, assistiamo all’ennesimo film clone di se stesso che scorre ma non rapisce.

Nulla da eccepire allo straricco cast che interpreta il proprio personaggio in modo esemplare (D’Onofrio riesce addirittura a far apparire Bruce Willis come uno smilzo e indifeso e decisamente gli ruba la scena), tutte le fasi e frasi del revenge movie sfilano davanti ai nostri occhi, il maltempo, i luoghi abbandonati, i proiettili contro gli innocenti ben calibrati e anche qualche effetto speciale  (non perfetto ma intanto passa  inosservato…), però il film rimane troppo distante dalla platea.

Nessun vero tifo, nessun vero orrore, nessun dubbio e –soprattutto- nessun imprevedibile ribaltone strabiliante, e quindi? L’opera rimane perfetta per un venerdì sera casalingo in cui la distrazione regna sovrana, intanto è impossibile perdersi: sappiamo già cosa accadrà nell’inquadratura successiva 😉

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