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Cannes 2013 – Recensione del deludente film Only God Forgives

“Only God Forgives”, esatto, solo Dio perdona e io sono umana!
Il regista danese mi deve una levataccia, una scottatura sul collo e il buon umore dell’altra mattina, perché il suo nuovo lavoro ha minato il mio sistema nervoso per troppe ore e non ero la sola: in molti, infatti, volevamo dargli una palmarès… in testa.

© © Jonas Bie

Ho assistito alla summa di tutti i precedenti lavori e di tutte le fissazioni di Refn, primo attore-feticcio incluso: Ryan Gosling è presente e statico all’inverosimile, il film è come al solito scarico di dialoghi e in questo caso per favorire un refrain assordante e fastidioso, la scena è perennemente cupa (quasi tutta in rosso e nero!), descritta con dovizia di particolari, carica di riferimenti mitologici, di una violenza inaudita che sfiora il disgusto, e non cela le pretese artistiche del suo autore.

La sensazione a questo giro è, infatti, che sia necessario un rapido e collettivo mea culpa: abbiamo urlato al genio troppo presto e troppo forte, col risultato che ora il regista si è montato la testa e crede che tutto sia concesso, anche che i suoi deliri prendano il sopravvento sulla razionalità e sconfinino dalla sfera privata a quella pubblica dei cinema di quartiere.

In tutta onestà, il film mi ha snervata e infastidita anche dopo aver lasciato acquietare l’iniziale rabbia. Io e Refn non siamo mai stati sulla medesima lunghezza d’onda (a questo link i miei dubbi sulla bellezza di “Drive”) e il nuovo viaggio nella Bangkok poco turistica, molto realistica e tanto decadente, non ha fatto altro che confermarmelo.

© SpaceRocketNation

Unico punto incontestabile è la sorprendente trasformazione di Kristin Scott Thomas: biondissima, algida, stronza, semplicemente perfetta nel ruolo di una madre livida per la prematura dipartita del figlio prediletto. Una vera splendida icona di bellezza e cattiveria, che se la prende con il secondogenito (Gosling, appunto) reo di non aver vendicato il fratello – e, guarda caso, è colei che esprime il maggior numero di parole.

Quello che quindi parte come un revenge movie, incentrato sull’ira di una madre ragionevolmente acciecata dal dolore, si trasforma presto in un noioso e silente scontro tra bene e male con un poliziotto simil-divino che gioca al gatto e il topo con i forestieri. Impossibile non nutrire dubbi sul messaggio recondito che l’autore volesse comunicare, sul ruolo del poliziotto-giustiziere di spada munito, sull’involuzione della settima arte e sulla fruibilità di un’opera che ha rotto i classici argini della narrazione per immagini a cui siamo normalmente abituati e sicuramente affezionati.

© ©SpaceRocketNation

Nicolas Winding Refn a questo giro esagera e, dato l’incontestabile talento che possiede. dobbiamo al più presto riportarlo su questo pianeta altrimenti ho già le ginocchia che cedono al pensiero di cosa ci propinerà al prossimo festival. Le sue ossessioni e la sua precisione sono state, infatti, le più grandi nemiche: il film è vuoto e fine a sé stesso, per di più non fruibile dal grande pubblico. Bocciato senza appello!

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