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Recensione film Tulpa: un nostalgico salto negli anni ‘70

Eccoci, il gran giorno è arrivato, in sala infine c’è “Tulpa”, il secondo horror (e terzo film in regia) del frontman dei Tiromancino, Federico Zampaglione, con protagonista Claudia Gerini. Presentato come un film ispirato al giallo anni ’70, inquietante, che vuole essere al contempo sexy e splatter, “Tulpa” sin dalle prime inquadrature ci colpisce per i numerosi omaggi al Re della Paura, Mr. Dario Argento, per quel gusto retrò e per l’esubero di capezzoli.

Tra un ringraziamento e l’altro, dopo una sanguinante partenza che ben ci fa comprendere quale sentiero stiamo percorrendo, conosciamo Lisa (Claudia Gerini), manager di successo che per la carriera si è giocata la vita privata e non le rimane che supplire alle carenze affettive frequentando un club esclusivo, il Tulpa appunto, in cui i selezionati clienti possono dare sfogo alle loro fantasie, che siano cosiddette perbene o tendenti al perverso.

Con Lisa facciamo diverse visite al club, conosciamo il suo guru (Nuot Arquint, oramai presenza fissa nei lavori del regista), fatichiamo un pochino a comprendere il significato puramente filosofico del tulpa con le sue origini buddiste e il suo legame con lo sfogare reconditi e talvolta inconfessabili umani istinti, mentre ci è subito chiaro che chiunque interagisca con Lisa dentro quelle quattro mura, al di fuori non faccia una gran bella fine.

Un giallo come si facevano quando ero piccola, con grandi quantitativi di sangue quando l’uomo nero entra in scena; con molte donne compiacenti, che sembrano punite per i loro facili costumi; con uomini dall’inquietante non-so-che; e con una sola donna forte, in grado di raggiungere l’epilogo respirando, anche se con qualche livido e non pochi traumi. Tutto chiaro e nelle nostre corde, ma qualcosa non va nel verso giusto perché nonostante la nobile confezione iniziamo a rivalutare il film precedente, “Shadow”, opera che all’epoca divise la redazione!

Più ci ripensiamo e più ci convinciamo che idea e confezione siano bellini, nonostante l’opera si rivolga soprattutto a chi sente la mancanza dei film in cui si vedeva tanta carne e il sangue scorreva a fiumi (elementi che facevano aumentare – per varie ragioni – la frequenza cardiaca dello spettatore), e intuitivi e lineari sono sia la trama sia i continui passaggi dalla vita di facciata (in ufficio) a quella segreta (al Tulpa) della nostra Lisa, complice l’alternanza tra rosso (colore della perdizione, del sesso, del sangue) e candido color crema, nelle mise e negli arredi.

Apprezzabile anche l’aver girato in inglese non precludendo l’eventuale esportazione, però il doppiaggio è apparso troppo asincrono (rasentando il fastidioso) e i dialoghi ci hanno ricordato le fiction per la TV dall’esile trama. Purtroppo, il cast a tratti sembra quasi distratto e non in grado di trascinare lo spettatore dentro la pellicola facendolo sussultare o sperare, e (forse) gli omaggi a Dario Argento sono un po’ troppi se in sala ci si è concentrati più sull’elenco delle citazioni che sulla trama. Insomma, il pubblico era troppo distratto per provare paura 🙁

In definitiva, l’esperimento non appare completamente riuscito: non è un thriller né un horror puro, è un film che calamiterà per lo più i curiosi attratti dalla sexy protagonista e/o dalla nomea del regista.

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