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Recensione film Blood con Paul Bettany

“Blood”, letteralmente “sangue”, quel sangue che lega sino alla fine due fratelli, quel sangue che macchia le mani delle persone che hanno commesso un crimine, quel sangue quasi indelebile che permette di risolvere un caso di omicidio in una piccola cittadina scossa dal ritrovamento di una giovane preadolescente senza vita.

Il sangue, col suo colore intenso, spicca e si contrappone ai toni di un paesaggio contraddistinto dalla luce livida, tipica dei ventosi paesi nordici di cui fa parte il luogo in cui si svolge il nostro racconto. Questa è la storia di una ragazzina brutalmente assassinata; è la storia di due detective che la ritrovano e sentono ogni giorno che passa il peso del caso sulle proprie spalle, a causa degli occhi puntati addosso da tutta la comunità; ed è anche la storia di un uomo dal passato segnato dal crimine e dal presente poco convincente; ma soprattutto è la storia di come i luoghi comuni portino a giudizi affrettati e facciano commettere stupidaggini dalle enormi conseguenze.

Quello che a tutti gli effetti si apre come un thriller con forte componente psicologica, di fatto ogni minuto che passa diviene sempre più un dramma, quello di due uomini (Bettany e Graham) che devono convivere con un segreto, con il suo ricordo e con i sensi di colpa. Complice la paura, il sospetto che qualcuno capisca, e di tradire la fiducia altrui, i protagonisti finiranno con l’autodistruggersi.

Joe (Bettany) è irreprensibile, imperscrutabile e non perde mai il controllo, è il fratello che tutto decide e tutti protegge, mentre Chrissie (Graham) è più impulsivo, ma molto amorevole, disponibile e soprattutto non tradirebbe mai la famiglia. I due sono stati cresciuti con rigidi principi da un padre (Strong), anch’egli ex-poliziotto, oramai in pensione e divorato dall’Alzheimer. Saranno proprio quei profondi principi a spingere i due a trovare una rapida soluzione al caso di omicidio e a  commettere un solo ma fatale errore, le cui conseguenze avranno un altissimo prezzo.

Film che ha convinto gli Americani, che riporta alla memoria i racconti tipici dei paesi del Nord, in uno stile che ricorda Mankell e che dista molto dal passionale e sanguigno Mar Mediterraneo. Sono i luoghi, la luce, la fotografia e soprattutto i tre protagonisti a tenerci in sala, incuriosendoci sempre più, loro che sono molto uomini e poco poliziotti. Si percepisce, infatti, sin dai primi istanti, che fulcro della narrazione non saranno l’arma e i suoi metodi d’indagine bensì il peso della divisa nei confronti della comunità, della famiglia e di sé stessi, e il potere del senso di colpa di influenzare la psiche umana.

Grande prova dei tre attori (Paul Bettany, Stephen Graham e Brian Cox), ottima la scelta dei luoghi (che ci ha talmente incuriositi da cercarli su una cartina) e buono il ritmo per una storia che, per contro, risulta prevedibile e senza grandi colpi di scena. Esame superato per il secondo lungometraggio del regista di “1921 – il Mistero di Rookford”.

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