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Locarno 2013 – Fuori Concorso: il documentario svizzero “Heritage”

È arrivato il momento di aprire una parentesi tutta elvetica in questa giornata che è già stata ribattezzata “The Blocher Day” (e domani capirete il perché). Oggi parliamo, infatti, di una tradizione molto particolare degli svizzeri, ossia il loro legame con le armi da fuoco.

I diretti discendenti di Guglielmo Tell, il popolo neutrale per eccellenza, il paese letteralmente accerchiato dall’Europa Unita, ma che pare ben più compatto dei vicini di casa, è una delle tre nazioni più armate al mondo. Ciò nonostante, dopo anni di permanenza sul suolo rossocrociato, posso garantire che la cosa passi spesso e volentieri inosservata. La domanda che sorge spontanea è quindi cosa renda questa gente tanto differente da quegli americani che invece percepiamo come “armati sino ai denti”.

© Festival del film Locarno

Fondamentalmente gli svizzeri, orgogliosi della propria tradizione nel tiro e senza alcuna intenzione di farla scivolare nell’oblio, vivono il possesso e l’uso delle armi come una passione, un hobby, soprattutto uno sport, importante da conoscere per mantenere il controllo così da impedire situazioni di pericolo. Esatto, questa popolazione è convinta che la difesa personale passi anche attraverso l’uso delle armi, ma ci tiene a sottolineare come ciò non implichi l’abuso o il cattivo utilizzo di esse. E c’è di più: i cittadini si sentono tali solo se sono al contempo dei soldati, perché convinti che il giorno che delegheranno questa funzione allo Stato avranno perso la propria autonomia e sovranità.

L’arma come somma difesa, quindi, l’arma come segno di appartenenza a un gruppo, ad una etnia con una storia secolare e ad una cultura con le sue peculiarità, l’arma come vero simbolo di libertà e sovranità. Idee che fanno riflettere e discutere l’audience straniero presente soprattutto vedendo il resto della sala per nulla scioccato dalle immagini. Che gli svizzeri siano davvero tutti così?

© Festival del film Locarno

Osservando le persone intervistate dal regista, parrebbe di si. Non percependo le armi come strumento di offesa ma come parte del proprio retaggio, nessuno si sogna di ostentarle (tranne in contesti ad hoc,  quegli shooting festival anch’essi con tradizione secolare) o di abusare delle possibilità offensive insite nelle stesse. Nessuna sensazione di essere invincibili supereroi, ma sempre e solo persone qualunque, tiratrici da generazioni, che collezionano oggetti potenzialmente offensivi.

Noi che non siamo abituati a vedere una distinta signora di mezza età, dalla coiffure che non fa una piega, imbracciare un fucile come un Mossad, veniamo catalizzati dalle insolite immagini e ci ritroviamo con mille domande nella testa. Vogliamo capire se sia un documentario di parte oppure se Induni non lasci molto spazio alle correnti contrarie perché quasi inesistenti.

© Festival del film Locarno

Il mistero è presto svelato grazie ad una vecchia conoscenza, la quale mi conferma che non tutti i confederati hanno armi in casa e sono tiratori provetti e che esiste una corrente che si batte ogni giorno per l’abolizione di questa radicata abitudine. Tesi che avvalora la convinzione che il filmato supporti una tradizione che mai come oggi potrebbe vacillare.

Il documentario non è prolisso, è di sicuro interesse e sarà fonte di conversazione e/o confronto tra e con i confederati. Vedere per credere.

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