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Recensione di HABI, LA EXTRANJERA

Vi è mai capitato di entrare al cinema in ritardo o, guai a voi, di esservi addormentati e avere perso un pezzo di film? Giuro che a me non è successo, sono arrivata in anticipo e l’ho visto tutto con attenzione: eppure questo film argentino non l’ho proprio capito.

Analìa è figlia e nipote di parrucchieri, quella sarà la sua carriera. Per ora si arrangia facendo consegne per un negozio di artigianato, recapitando per la città (non si sa quale, forse in Argentina la riconoscono, ma io no) scatolette celesti. Un giorno, emozionata per il primo viaggio in aereo, deve fare una consegna a Buenos Aires. Ma il destinatario è del tutto sconosciuto, all’indirizzo c’è una sala di preghiera musulmana.

Analìa si trova una camera in una pensione più che modesta (in fondo è solo per una notte). La precedente inquilina è appena stata buttata fuori per morosità, sono rimasti alcuni abiti e un suo quaderno/diario. Si chiamava Habiba Rafat, musulmana di origine libanese; sul quaderno aveva incollato vecchie foto, ritagli di giornale, preghiere e ricette di cucina. Il mattino dopo Analìa telefona alla madre, dicendole che ha deciso di fermarsi in città; e da quel momento diventa Habiba Rafat. Sotto quel nome cerca e trova un posto di lavoro, dove conosce un bravo ragazzo libanese; inizia a vestirsi e comportarsi come ogni pia ragazza musulmana; come Habiba si presenta alla moschea dove si iscrive ad un corso di arabo e di religione.

Dopo qualche tempo, smascherata dal deluso corteggiatore, si veste di nuovo all’occidentale e riparte (non si sa per dove), lasciando tutte le sue cose nella stanza e portandosi via solo la scatoletta azzurra mai consegnata, un orologio che segna le ore della preghiera musulmana e il quaderno di Habiba Rafat. Fine.

María Florencia Alvarez, la regista

Il film segna l’esordio nel lungometraggio di María Florencia Alvarez, premiata autrice di corti, qui regista e sceneggiatrice. Non è un brutto film, tutt’altro: è ben scritto e fotografato, l’idea di base è interessante.

L’ambientazione nella pensione in stile “basso napoletano”, biancheria stesa e urla incluse, indulge forse un po’ troppo al pittoresco, ma la giovane protagonista Martina Juncadella è di una freschezza affascinante e ha uno sguardo che buca lo schermo. Il problema è proprio nella costruzione della storia: troverei irrispettoso verso l’intelligenza dello spettatore se un regista spiegasse sempre TUTTO, come succede invece nelle fiction tv di basso livello, dove per allungare il brodo ogni minimo particolare viene sviscerato; ma qui francamente si esagera. Perché in molti sono convinti che Analìa sia straniera, al punto da ostinarsi a parlarle in inglese – eppure lei risponde in spagnolo –  e darle i prezzi delle cose in dollari? E non riesco a spiegarmi come un personaggio che viene descritto con delicatezza e simpatia venga fatto comportare in modo così orribile verso la comunità musulmana che l’ha accolta con affetto ed abbracciata come una sorella.

Una cosa è nascondersi dietro l’anonimato di un velo in un momento in cui si è in cerca di se stessi, un’altra compiere una metodica e cosciente falsificazione.

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