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Recensione del film ILO ILO

ILO ILO è il titolo per la distribuzione internazionale. Il titolo originale cinese del film, traducibile come “Mamma e papà non sono in casa”, descrive bene la situazione di tanti bambini che vengono affidati alle cure di bambinaie straniere mentre i loro genitori lavorano per mantenere un alto stile di vita. E’ così lontana Singapore, eppure questa storia d’ispirazione autobiografica è così vicina a noi.

Ilo Ilo è una provincia delle Filippine: da lì è partita la silenziosa Teresa (una magnifica Angela Bayani). Abbandonata dal marito, ha affidato alla sorella il suo bambino di appena un anno ed è giunta a Singapore per prendersi cura di Jiale (il travolgente Koh Jia Ler), un bulletto di 10 anni figlio di una coppia borghese sempre molto occupata.

Il rapporto col ragazzo è inizialmente molto difficile, il suo pessimo comportamento a casa e a scuola riflette le tensioni all’interno della famiglia. La madre non ha tempo per lui, aspetta un altro bambino ed è sempre nervosa a causa del suo lavoro: è il 1997, l’epoca del grande collasso economico asiatico; come segretaria scrive ogni giorno molte lettere di licenziamento. Il padre invece ha da poco perso il lavoro; ferito nell’orgoglio si vergogna di dirlo alla moglie e si arrangia di nascosto accettando lavoretti precari e sottopagati. La comprensione, la gentilezza e la pazienza di Teresa domano infine la caparbia piccola peste e i due diventano inseparabili. Ma il loro rapporto di affettuosa complicità finisce per provocare la morbosa gelosia della gretta e stizzosa madre.

Alla crisi economica si sovrappone dunque quella di un modello scricchiolante di famiglia, basato com’è su valori discutibili, formalismo, mancanza di affettività e comunicazione, insostenibili segreti. Quella che nel finale esce sconfitta, ma non piegata, è la forte e dignitosa Teresa, simbolo di tutte le donne e gli uomini che lasciano casa e affetti nella speranza di una vita migliore.

Per il suo esordio nel lungometraggio il ventinovenne Anthony Chen, anche autore della sceneggiatura, sceglie di raccontare senza mai cadere negli stereotipi una storia semplice e universale, narrata con emozione ma senza patetismo, con realismo leggero e autentico affetto, mescolando con sapienza teneri ricordi d’infanzia ad una critica sociale non così velata. Il suo lavoro è stato giustamente premiato a Cannes 2013 con la Caméra d’Or per la migliore opera prima.

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