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Il film L’ULTIMA RUOTA DEL CARRO apre il Festival di Roma 2013

Il Roma Film festival 2013 ha preso il via! La kermesse che ha luogo nella dimora di Cinecittà, alla seconda edizione con al timone Marco Müller, quest’anno si svolge per lo più dentro il meraviglioso Auditorio del Parco della Musica progettato da Renzo Piano, e nasce all’insegna degli ospiti illustri e di pellicole in arrivo da Toronto. Appena annunciato il programma di quest’ottava edizione è apparso subito chiaro l’intento di voler ospitare il gotha del cinema (inter)nazionale. Per i prossimi giorni, quindi Roma diverrà una vetrina luminosa, ricca di opere e personaggi da non perdere.

Partiamo però dal primo giorno e da quel red carpet di apertura dedicato al cinema di casa nostra. Un nome illustre, quello del regista Giovanni Veronesi, arrivato in compagnia del cast e di Ernesto Fioretti, la cui storia viene narrata nel film, ha il compito di dare il via ufficiale alle danze di quest’anno. Presentato fuori concorso, “L’ultima ruota del carro” ci racconta l’incredibile vita di un uomo qualunque, un italiano medio, inconsciamente (e talvolta incoscientemente) così fortunato da riuscire a superare indenne gli eventi degli ultimi quarant’anni.

Il film di Veronesi ci offre una vera panoramica dell’Italia dalla fine degli anni ’60 a oggi: la sua continua discesa alla ricerca di una risalita, l’idealismo di alcuni, l’opportunismo di altri, il crescente malaffare, la corruzione dilagante, la microcriminalità in aumento, il clientelarismo all’ordine del giorno e l’accettazione dei tanti voltagabbana che oscurano i pochi dall’etica e dalla morale incorruttibile.

La vicenda che seguiamo è l’incredibile sopravvivenza di una persona che attraversa tutto questo senza mai tradire ne sé stesso ne coloro a cui vuole bene. Agli occhi dei più Ernesto Fioretti è un uomo medio, mediocre, senza grandi ideali, ma sicuramente con una trasparenza e bontà d’animo che, ironicamente, lo hanno salvato dagli altri e hanno preservato la sua esistenza da sicura distruzione.

Una commedia ricca di situazioni tragi-comiche al limite del grottesco, soprattutto perché più vere di quanto s’immagina, con un cast in cui brilla un Elio Germano sempre migliore, convincente e un gradino sopra tutti. Al suo fianco tanti nomi del cinema italiano, alcuni presi in prestito dal piccolo schermo, ma tutti di richiamo. Vediamo un Haber artista sino al punto di farci dimenticare non sia un pittore e un Rubini così fetente da indurci una gran voglia di schiaffeggiarlo, ma tutto questo non basta a convincerci.

In sala si sorride e alcuni ricordi riaffiorano dai meandri della memoria, ma durante la seconda parte ci assale il dispiacere: con un pizzico di ritmo più incalzante, qualche minuto in meno, dei dialoghi più taglienti e una ripulita da quella patina che ci ricorda le fiction per la TV, l’opera sarebbe stata scoppiettante, così invece risulta troppo ovattata e poco efficace, soprattutto in un mese in cui le uscite cinematografiche si contenderanno non poco gli spettatori. Voto: sufficienza raggiunta perché ci piace l’omaggio a una vita incredibile e per la performance di Gemano, impossibile da attaccare.

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