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Recensione film Lo Hobbit 2: C’era una volta, nella Terra di Mezzo…

Siamo a metà dicembre ed è ora di fare i conti con i regali natalizi e con i cartelloni dei cinema cittadini che si riempiono di opere leggere, di pura evasione ma, nel loro genere, solide e pronte a darsi battaglia sino all’ultimo spettatore. In questo panorama orientato alla risata, dallo scorso anno si è reinserito il regista Peter Jackson con i suoi mastodontici racconti tratti dalla penna di J.R.R. Tolkien. Dopo la trilogia dell’anello ora è il turno di “Lo Hobbit”. Romanzo nato prima del fratello più famoso (il Signore degli Anelli) e ben più frizzante, elettrizzante e accattivante, seppur maggiormente critico nei confronti della società (d’altro canto è stato scritto tra le due grandi guerre…).

Nel 2012, avevamo lasciato un gruppo di nani (il cui numero molto ricorda quello degli apostoli), l’hobbit abile scassinatore Bilbo Baggins e il saggio mago Gandalf il Grigio in viaggio, e li ritroviamo in cammino poco prima di addentrarsi nella parte più avventurosa e pericolosa del loro percorso, prima di vedersela con animali giganti, sortilegi, elfi belligeranti, orchi rabbiosi e vari esseri affetti da avidità. Soprattutto prima della resa dei conti finale in cui il principe Thorin, esiliato e privato di casa e onori, cerca di riprendersi il suo regno, e prima del momento in cui la nostra curiosità verrà soddisfatta. Insomma, la compagnia sta per entrare nel Bosco Altro.

Il secondo capitolo di questa nuova serie di film, non poteva quindi che essere ancor più cupo, ricco di sorprese, sovrabbondante di incidenti, sfide, scontri e magie. La marcia dei prodi va avanti con passo sempre più allenato, superando i continui ostacoli. E, avvolti da una perenne oscurità, specchio della dilagante paura e miseria, con minacce di ogni sorta sempre in agguato, ma anche con inattesi “angeli custodi”, alla fine i protagonisti convogliano tutti alla meta, dove la prova più importante li attende: sconfiggere Smaug.

Trattandosi di una trilogia, ed essendo questo l’episodio mediano, preparatevi a una maratona che prima o poi si arresterà, ma niente paura, il divertimento, l’ansia e la curiosità aumenteranno sempre più trascinandovi al fianco dei protagonisti (soprattutto se vi munirete degli imprescindibili occhialini 3D). Nasco amante della fantascienza, altro genere che usa nuovi mondi per dipingere vizi e virtù della nostra realtà, va da se che non impazzisca per il fantasy e men che meno per le opere seriali che impongono allo spettatore una narrazione rateizzata inframezzata da lunghe attese, riassunti, e riletture, ma questo nuovo lungometraggio di Peter Jackson parte in quarta e mi ha fatto dimenticare la sua eterna durata (quasi tre ore) e di trarre origine dai sovrabbondanti tomi di Tolkien.

Con effetti che bucano lo schermo, con mostri mai così mostruosi e condito da un pizzico di thrilling (che alla fine lascia aperta la speranza che qualcosa di buono possa sopraggiungere) il film scorre veloce, introduce nuovi volti e si arresta esattamente dove ci attendevamo che accadesse. Che sia oramai la forza dell’abitudine a vedere quei volti nei panni in voga nella Terra di Mezzo oppure che sia la bellezza delle creature che sfilano sullo schermo, sta di fatto che questo è sicuramente il capitolo meno sofferto dei cinque sino a oggi visti.

Promosso senza indugio, confezionato come solo le grandi produzioni americane riescono a fare, questo Lo Hobbit – parte 2 è garanzia di costanti battaglie e intriganti scoperte che valgono la visione in un moderno cinema muniti di ogni sorta di tecno-gingillo che permetta ad animali ed oggetti di oltrepassare il confine dello schermo e planare direttamente nella poltrona al vostro fianco 🙂

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