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Welcome to New York di Abel Ferrara

La rassegna milanese “Cannes e Dintorni” si sta svolgendo proprio in questi giorni. Speravamo fosse occasione per mostrare  su grande schermo un film di cui si è sentito tanto parlare che, dopo la sua première, è approdato direttamente sui piccoli monitor domestici. Non è andata così, quindi è arrivato il momento di dedicare qualche riga a “Welcome to New York”.

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Abel Ferrara, regista americano, nato nel Bronx, figlio di un allibratore, la cui produzione narra di personaggi perduti cui si apre uno spiraglio di redenzione. In una New York sempre scura e oscura, i suoi uomini si spingono oltre il confine del lecito in mondi in cui la violenza è ovunque, fisica e verbale.
Gérard Depardieu, attore francese, imponente, provocatorio, eclettico, ultima residenza conosciuta… in Russia.
Dominic Strauss Kahn, (ex)direttore del Fondo Monetario Internazionale, uomo influente, potenziale candidato alle presidenziali francesi, ma con una debolezza che fece svanire i sogni.

Dall’associazione di questi tre nomi – Abel, Gérard e Dominic – si credeva potesse emergere solo un film controcorrente dedicato ad uno scandalo, non per forza con immagini scandalose.

Il regista di "Welcome to New York" Abel Ferrara e l'attore Gérard Depardieu Photo: courtesy of BIM
Il regista di “Welcome to New York” Abel Ferrara e l’attore Gérard Depardieu
Photo: courtesy of BIM

“Welcome to New York” è stato presentato lo scorso 22 maggio 2014 nelle sale del Marchè du Film del 67° Festival de Cannes (dopo l’esclusione dal concorso internazionale). E’ stato un trionfo, confermato dall’esplosione di click sulle piattaforme di e-cinema in cui è stato diffuso, in contemporanea. I siti sono stati presi d’assalto. La speranza era di vedere un film poco patinato, un bioptic reale e realistico, un racconto romanzato ma graffiante, nel mostrare l’umana depravazione e il lato sordido del potere dei soldi.

La scelta del cast e del regista è apparsa da subito perfetta: la fisicità e – soprattutto – l’esuberanza di Depardieu sembravano caratteristiche utili al personaggio che gli si chiedeva di interpretare. Abel Ferrara, uomo che, quando ne ha avuto la possibilità, si è dimostrato abile nell’andare controcorrente a discapito del successo Blockbuster, appariva uno dei pochi in grado di dar vita ad un film esplosivo, fotografia spietata del mondo degli intoccabili con deliri di onnipotenza che commettono illeciti e perdono sia l’equilibrio interno sia il contatto con la realtà.

L'attore Gérard Depardieu in una scena di "Welcome to New York" - Photo: courtesy of BIM
L’attore Gérard Depardieu in una scena di “Welcome to New York”
Photo: courtesy of BIM

Se Scorsese qualche mese fa ci aveva reso simpatica la versione cinematografica di uno squalo dell’alta finanza che ha rubato un sacco di soldi e si è concesso festini con badilate di droga in barba alle leggi; lo squalo di Ferrara ce lo immaginavamo molto più reale e tremendo nell’essere cinico e depravato. Lo squallore umano sarebbe stato ai massimi storici, la profondità della miseria interiore sarebbe apparsa lucidamente ai nostri occhi e ci avrebbe scosso ricordandoci che queste cose capitano tutti giorni, poco importa se per mano di DSK o del nostro danaroso vicino di casa.

Nonostante le aspettative, la pellicola di Abel Ferrara mostra invece vizi, scivoloni, deliri, dipendenze ben sfruttando la mole di Depardieu, ma senza riuscire a valicare la scena e a toccarci. A tratti tutto è troppo rapido, in altri troppo superficiale. L’ingresso di Jacqueline Bisset, che segna il momento del confronto con sé e con gli altri, dovrebbe far emergere tutto lo spessore della storia e quella sofferenza che, in altri casi, ci ha portati dentro lo schermo al fianco di un personaggio vicino, nonostante diverso da noi. Ma qui il film non ce la fa.

L'attore Gérard Depardieu in una scena di "Welcome to New York" - Photo: courtesy of BIM
L’attore Gérard Depardieu in una scena di “Welcome to New York”
Photo: courtesy of BIM

Relegato allo schermo, tutto perde di fascino e senso. Nessuna immagine è scandalosa e a tratti annoia, l’intreccio è lineare e talmente semplice da apparire banale. La voglia di edulcorare ha reso tutto blando e lontano, e alla fine è disumanizzato e non toccante, ci ricorda una fiction TV e che Scorsese ha vinto ancora. Peccato!

Vissia Menza

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