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Locarno 2014 – In concorso il film drammatico “Perfidia”

©Festival film Locarno
©Festival film Locarno

“Se sei buono Gesù ti vuole bene, se sei cattivo Gesù manda il diavolo per punirti” ci ricorda il film in apertura. “Perfidia” è un film italiano, è in concorso per il Pardo d’Oro a Locarno67 e s’apre con immagini cupe, tristi, funeree, al cui orizzonte non si vede nulla di buono.

Questa è la storia di papà Peppino e di suo figlio nullafacente, Angelo. L’anziano signore teme che l’età gli possa remare contro, quindi cerca un punto di contatto col giovane per aiutarlo e insegnargli, fuori tempo massimo, a stare al mondo. “Perfidia” è un film drammatico, è la fotografia di una generazione ricolma di persone che hanno perso prima la bussola poi la voglia di provare a costruire qualcosa. Chi a causa dei troppi fallimenti, chi per paura di non reggere all’eventuale crollo di sogni e/o speranze. E “Perfidia” è anche una fotografia di quell’Italia che esiste, che è ovunque, ma che non si vede (o non vogliamo affrontare), di cui facciamo parte o conosciamo chi ne ė rimasto imbrigliato.

Gli approcci di Peppino fanno tenerezza e ci stringono il cuore. Percepiamo lo sconforto di un padre, da un lato e l’apatia di un figlio, dall’altro. Vediamo lo sconforto di una generazione che ha costruito molto la cui progenie è diametralmente opposta, si crede indaffarata ma non sa fare nulla. Angelo ha 35 anni e non ha “mai avuto il tempo” di prendere la patente, è troppo indaffarato a bere il vinello al bar del paese. Angelo non ha un lavoro fisso, al massimo ha fatto qualcosa di saltuario, qualificato e qualificante, quanto il lavapiatti. La vita sembra essere solo transitata attraverso il suo corpo lasciando una flebile scia di energia utile solo alla deambulazione. Nonostante Peppino s’impegni per conoscere quel figlio, Angelo oramai è lontano, distaccato, disconnesso. L’assenza d’ideali, di voglia e di energia, è tale da non lasciare più spazio alla speranza.

© Festival film Locarno
© Festival film Locarno

“Perfidia” è un film diretto da Bonifacio Angius, classe 1982, sardo, come la terra che fa da sfondo a questa storia. Un regista giovane, ma con le idee chiare nel ritrarre la sua generazione, la sua gente, e che sa come catturare la nostra attenzione. “Perfidia” è accurato: la fotografia è cupa, scura, ingiallita, spenta come il protagonista che oramai sà (e può) solo tirare a campare. La musica ha un ritmo prosaico, per lo più ė fatta di angoscianti brani al pianoforte che amplificano il senso di desolazione. La realtà fa male e non fa sconti, neppure l’opera di Angius. È troppo tardi e si comprende sin dalle prime inquadrature.

In alcuni passaggi la performance di Stefano Deffenu, alias “Angelì”, è talmente convincente da farci venire voglia di scuoterlo, strattonarlo e di prenderlo a male parole, insomma, di fare qualcosa per rianimarlo. Ci innervosisce che il “ragazzo” non si accorga sia giunto il momento di scrollarsi di dosso quel controproducente torpore e diventare uomo, comportarsi da adulto responsabile. La situazione è snervante, il film è snervante, tutto è snervante e allo scoccare della prima ora soffochiamo, ma con cinismo disarmante nulla cambia, perché così deve andare sino a quelle battute finali che non ci lasciano più via di fuga.

“Perfidia” non è perfetto, ma ha le carte in regola per concorrere nella sezione più importante del Festival. “Perfidia” è un film molto italiano, talmente efficace da contribuire ad accrescere le nostre speranze che stia rinascendo il cinema tricolore. “Perfidia” infastidisce, dobbiamo farcene una ragione, anche questa è l’Italia di oggi.

Vissia Menza

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