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Locarno 2014 – “Alive”: mai mollare!

Arriva dalla lontana Corea del Sud. E’ diretto e interpretato da Jung-Bum PARK. Il film “Alive” sono 179 minuti al seguito di Jungchul, una persona a cui hanno insegnato che nella vita il lavoro è ciò che conta, postulato che ai suoi occhi si è sempre rivelato un incubo. Ma Jungchul è pratico, concreto e non sa cosa significhi darsi per vinto.

© Festival del film Locarno
© Festival del film Locarno

Questa storia ha un inizio cupo, ventoso, silenzioso e desolante. L’unico lavoro disponibile durante la stagione invernale è in una fabbrica in cui si coltiva e lavora la soja. Il sogno dell’uomo sarebbe raggiungere le Filippine con la sorella e la nipotina, ma l’ultimo datore di lavoro si è dato alla macchia senza pagarlo, quindi ora deve riporre le sue speranze nel bonus che il proprietario della fabbrica di soja gli ha promesso in caso riesca a salvare le sorti dell’azienda con una produzione extra.

Trascorriamo il tempo al fianco di Jungchul, mentre taglia le piante e trasporta pesanti tronchi, alla lavorazione della soja e a pranzo, con amici e colleghi. Sentiamo il peso del tempo, del clima inclemente, del lavoro fisico, e della distanza che ci separa da quella cultura di un continente che non per nulla è definito Far East.

© Festival del film Locarno
© Festival del film Locarno

Il film soffre di una lentezza che al 7° giorno di Festival è divenuta un’abitudine e, a ben vedere, nonostante le tre ore di lunghezza, la pellicola scorre più rapidamente di altre, girate col medesimo stile. La fotografia ricorda il documentario; non mancano i soliti rumori ambientali (qui per lo più motoseghe e uccellini in gabbia, al massimo ragazzini che strimpellano a qualche saggio musicale); i volti sono molti e il legame tra loro emerge lentamente; solo la sensazione di miseria è lampante da subito. Insomma, cambiare vita e ricominciare altrove è pari a riuscire a scalare l’Himalya senza alcuna preparazione e lo spettatore lo prova sulla sua pelle.

Il regista contrappone la vita agiata (anche per i nostri standard europei) dell’imprenditore a quella degli operai e di Jungchul, in particolare. Una vera banda di disperati abituati a sopravvivere a case che cadono a pezzi, clima rigido, lavori usuranti, grazie a un inesauribile istinto di sopravvivenza. La pellicola ci mostra tre ore di vita, tre ore in cui sono condensate le lotte quotidiane di chi deve stringere i denti e non può mollare perché sarebbe finita.

© Festival del film Locarno
© Festival del film Locarno

A vedere tanta fatica, raggiunto il giro di boa, cresce la curiosità in modo esponenziale, tanta è la sofferenza fisica e psicologica che i personaggi riescono a comunicare. Percepiamo lo strazio che sembra infinito. Ogni volta che qualcosa di buono accade, viene controbilanciato da un evento nefasto. Speriamo che in fondo vi sia un premio per tutti. La dignità, la forza di non demordere e l’aggrapparsi sempre a qualcosa di buono per andare avanti, rende i protagonisti dei modelli di umanità da ammirare e imitare che trasformano il film in un inno alla vita, alla speranza, al rispetto di chi fatica ogni giorno.

“Alive” è straziante per il suo realismo e per quella coerenza sino all’ultima, triste, inquadratura.

Vissia Menza

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