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L’America ruvida e controversa del Sud torna sullo schermo con “Joe”

Joe_locandina

Joe è un uomo dal passato non semplice. Joe ha un caratterino difficile da contenere, un cuore enorme, una gran voglia di fare la cosa giusta e di non finire dietro le sbarre. Quando Joe si sente un vulcano esplodere nel petto, la possibilità di perdere il controllo è  dietro l’angolo. Joe è del Sud, quella parte del Paese in cui il quotidiano è pesante.  Terra  dal molto sole e un clima umido con un retaggio storico imponente, ma anche ricca di persone virtuose con gran perseveranza che non si tirano indietro difronte al lavoro. E parlo di lavori pesanti, usuranti, che non piacciono a tutti gli aspiranti manager con la voglia di finire dietro una scrivania a fare i capi di chissà cosa e chissà chi.

La storia di Joe e del suo incontro con Gary, un ragazzino forte e arrabbiato con un padre dedito all’alcool, violento e che abusa tutti in famiglia, è tratta da un racconto nato dalla penna di Larry Brown. Autore originario del Mississippi (!), i cui romanzi spesso presentano protagonisti ruvidi, in crisi, alla ricerca di un riscatto. Lo scrittore sa indagare l’animo umano e la sua sofferenza, e riesce a mostrare quella terra con occhi disincantati, realistici e speranzosi. Una dovizia che ha sicuramente aiutato le mani del regista texano Larry Gordon Green a plasmare “Joe” con attenzione e dedizione, partendo proprio dal cast.

Photo: courtesy of Movies Inspired
Photo: courtesy of Movies Inspired

A Nicolas Cage, uomo dalle abilità che spesso dimentichiamo, un po’ per la non sempre vincente scelta dei copioni e un po’ per i turbolenti trascorsi, qui viene offerta la possibilità dell’ennesima rinascita. E l’attore non delude le aspettative. Cage e Joe si fondono, respirano all’unisono, ci fanno percepire la polvere, provare dolore alle braccia e sentire l’odore del sudore. La pioggia è un po’ anche sui nostri  vestiti e ci assale la voglia di schiaffeggiare il padre-padrone-molesto del giovane Gary.

Il regista si dimostra abile e definitivamente orientato verso un cinema più nobile di quello di “Strafumati”, e già questo è un buon motivo per supportarlo (☺). Dopo “Prince Avalanche” ora è il turno di “Joe” e la semplicità con cui David Gordon Green ci trascina dentro lo schermo è disarmante. Purtroppo però, tutti dobbiamo fare i conti con la sensibilità personale, i ricordi e i gusti di ognuno, che non si modificano neppure difronte alle evidenti altrui doti comunicative.

Photo: courtesy of Movies Inspired
Photo: courtesy of Movies Inspired

Ammetto di essere tra le persone che faticano a legare con la cinematografia di Gordon Green: ieri mi infastidivano le commediole, oggi mi annoiano le opere impegnate. Nonostante negli Stati Uniti abbia vissuto, abbia respirato quell’aria, abbia amato quella terra dalle mille sfaccettature, difendendone a spada tratta pregi e difetti, riconoscente per aver ricevuto un supporto che a casa non avevo (e non ho) mai ricevuto, storie come ” Joe” mi paiono viste e ri-viste, troppo lunghe e prevedibili.

Sicuramente la differenza culturale, il retaggio (europeo), ha un po’ di colpa: dalle nostre parti, quel Sud non c’è e quel genere di sofferenza non è tanto diffusa. Il nostro Sud ha altri colori e dolori e ciò ci impedisce di condividere e comprendere a pieno la complessità di personaggi come quello di “Joe”. Ne percepiamo solo la parte antipatica, che ci irrita e talvolta ci porta a non ingranare con una pellicola. Sensazione che – ahinoi – non svanisce neppure difronte alla bravura di tutti.

Vissia Menza

 

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