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[Recensione film] MOMMY di Xavier Dolan: fin dove può spingersi l’amore?

Una donna ha un figlio e da quel giorno, per sempre, agli occhi del mondo sarà solo una madre. E alla madre non è mai concesso mollare, è colei che decide, talvolta sbaglia, non conosce il concetto di abbandono, ed è sempre responsabile.

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Diane (alias Die) è una donna sexy, è una vedova che non ha paura di ricominciare da zero, è una madre con un figlio estroverso che soffre della sindrome da deficit di attenzione. Il ragazzo è un adolescente che tende alla violenza, è troppo esuberante anche per l’istituto in cui è internato, motivo sufficiente per rispedirlo a casa. Per Die (Anne Dorval) e Steve (Antoine Olivier Pilon) oggi sta per iniziare non solo una nuova giornata, ma anche un nuovo capitolo delle loro vite e questa avventura sarà condita da non poche sorprese e un fiume di adrenalina.

Molto sarà il divertimento e molto il dolore, ma soprattutto tutto il tempo aleggerà la paura di un improvviso e tragico epilogo. Ogni scelta sarà dettata dall’amore ma, comunque andrà a finire, la responsabilità sarà sempre sua, della madre, e Die lo sa. Lei è una donna forte e imparerà a convivere con l’angoscia, non prima però di aver toccato il fondo ed essere andata vicina a perdere tutto, speranza compresa.

Nel nuovo quartiere, madre e figlio fanno presto amicizia con Kyla (Suzanne Clément), la giovane e bella dirimpettaia, insegnate in anno sabbatico a causa di gravi problemi. Il neonato trio, assai sgangherato agli occhi dei più, legherà subito, creerà un’invidiabile armonia e ritroverà prima il sorriso poi la voglia di pensare al futuro.

Photo: courtesy of GoodFilms
Photo: courtesy of GoodFilms

Xavier Dolan è giovanissimo, ma ascolta i suoi istinti, osserva con attenzione, asseconda i suoi sensi e riesce con estrema facilità a raccontare storie difficilissime, tanto dolorose quanto normali. Abile nello scrivere sceneggiature e nel dirigere i suoi attori, in “Mommy” ha fatto un lavoro straordinario.

Scegliendo un formato cui non siamo abituati, propendendo per una fotografia dominata da una luce caldissima e soffocante, e con la musica che dialoga coi suoi personaggi (note e strofe non sono mai scelte solo perché “suonano bene”), Dolan si riconferma un cineasta dal talento sconfinato che riesce laddove colleghi più navigati falliscono.

Del suo rapporto con la madre, ha ampiamente parlato, e della sua ammirazione per le donne, pure. Qui però il regista varca una nuova soglia: ci mostra tutta la forza di una figura tanto particolare e complessa e riesce a farcela quasi toccare.

Photo: courtesy of GoodFilms
Photo: courtesy of GoodFilms

Dolan ci narra una storia, incornicia da subito i suoi personaggi, e mette tutti al muro. Nessuna via di fuga, né per noi né per loro. Dopo esser stati trascinati per i capelli dentro quelle strette inquadrature, soffochiamo con Die, vorremmo schiaffeggiare Steve e, aggrappandoci ai quei rari attimi in cui lo schermo inneggia alla libertà e alla speranza, speriamo sino all’ultimo che sorga il sole.

Anche adesso, se chiudiamo gli occhi, torniamo li. Riusciamo a percepire l’aria pesante, stantia, un misto tra odore di chiuso e troppe sigarette, la nostra bocca sente tutta l’acidità del vino venduto nei cartoni, i polpastrelli ci fanno notare quanto siano ruvidi gli abiti eccentrici di Die, e la memoria del disagio degli alcolici ingeriti nei momenti meno opportuni ci  distrae. Die è come noi e ci piace, tifiamo per lei, è la nostra moderna eroina.

In “Mommy” c’è davvero tutto: il sacrificio, la sfortuna, il senso di colpa, l’amore incondizionato, la paura, la rovinosa caduta e il grande trionfo, non importa a che prezzo e a quali conseguenze. Ma, soprattutto, c’è un inchino a lei, la Madre, in tutta la sua splendida e umana imperfezione.

Vissia Menza

n.d.r. Se volete scoprire qualcosa in più sul film, qui il nostro resoconto dell’incontro con il regista a Milano

 

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