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Recensione del film Hungry Hearts di Saverio Costanzo

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Jude e Mina sono due giovani che vivono nella Grande Mela, stanno pranzando in un ristorante cinese di quelli che prestano poca attenzione alle norme igieniche e alla sicurezza, quando un incidente li fa incontrare. Rimanere bloccati in un microscopico antibagno sarà imbarazzante e letale per il loro olfatto, ma darà il via a un’inattesa relazione, a un grande amore, a un dramma, a una tragedia molto comune e spesso silenziosa.

“Hungry Hearts” è la nuova fatica di Saverio Costanzo. Presentato in concorso a Venezia 71, ha portato fortuna ad entrambi i protagonisti (tornati a casa con una Coppa Volpi a testa); alle anteprime per la stampa, ha conquistato la critica; e ora si appresta a superare la prova più grande, incontrare il pubblico. Sicuramente farà parlare di sé per l’argomento, per la bravura dei suoi attori, per il taglio scelto dal regista e per lo spiazzante epilogo.

Photo: courtesy of 01Distribution
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La storia tra Mina ė Jude inizialmente ė una favola, le loro vite sono sgangherate come le nostre, la loro solitudine ci suona familiare, le loro case sono disordinate come quelle in cui abitiamo noi. Quando decidono di sposarsi siamo felici per loro, perché è ciò che speriamo ci capiti un giorno. Poi Mina rimane incinta e le cose iniziano a cambiare. La donna si convince di avere ricevuto un dono, che il figlio sia speciale, che lei abbia un’importante responsabilità. Questo la porta su un sentiero pericoloso. La situazione, inevitabilmente, dopo la nascita del piccolo, si avvita sino ad arrivare alle più agghiaccianti conseguenze.

Costanzo riesce mirabilmente a narrare un racconto tesissimo, claustrofobico, realistico e struggente. Le donne somatizzeranno, gli uomini pure. I genitori si arrabbieranno, i nonni probabilmente si spaventeranno. Ogni generazione proverà emozioni diverse a seconda della propria posizione e ruolo, ma nessuno rimarrà indifferente. O lo ami o lo odi. Qualora vi facesse innervosire (come ė capitato a me) vi consiglio di rispondere a una semplice domanda: perché siete tanto contrariati?

Photo: courtesy of 01Distribution
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Nel mio caso le fonti di fastidio erano due: la trama che ruota intorno ad un rapporto malato col cibo, piaga del nuovo millennio di cui si vedono gli effetti ogni giorno, e la morbosità/ l’infinita cocciutaggine di Mina, che mi ha reso l’attrice antipatica. Ironicamente, quindi, il fatto che Alba Rohrwacher già non mi facesse impazzire, ha giocato a favore della riuscita dell’opera. E oggi mi porta a dire che il premio in Laguna se lo sia meritato: la Rohrwacher è bravissima nel suo essere scialba, stralunata e scheletrica, così come Costanzo ha azzeccato la fotografia, gli ambienti e quelle inquadrature dall’altro che schiacciano i protagonisti. Alla fine versiamo in uno stato ansiogeno tale da provare sollievo per l’arrivo dei titoli di coda.

Non so se il mondo sia davvero tossico, inadatto a crescere un bimbo, non so se sia più giusto un regime alimentare onnivoro o vegano. Non conosco dove sia il confine tra infinito amore materno e ossessione malata. So però cosa fa bene a me e la visione di questa pellicola ha reso la mia giornata migliore. Tre soli attori. Uno spaccato di realtà che fa male. Un fiume di emozioni. Toni asciutti, diretti e mai eccessivi. Un lavoro italiano dal respiro davvero internazionale. Insomma, ho visto un gran bel film.

Vissia Menza

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