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Recensione del film biografico LA TEORIA DEL TUTTO

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“La teoria del tutto” arriva al cinema e attira curiosi ed estimatori del grande scienziato cui è ispirata questa storia.

Stephen Hawking è un promettente studente di cosmologia a Cambridge, è un giovanotto col dono del sarcasmo, è geniale ed ha tutta la vita davanti e si è appena innamorato della bella Jane, ma un giorno cade e il controllo medico gli gela il sangue. A Stephen, nato nel 1942 ad Oxford, a soli 21 anni viene diagnosticata una malattia degenerativa per cui l’aspettativa di vita sarà al massimo di due anni. Il ragazzo cade in depressione. Il sentimento, quell’amore tanto cercato e poco spiegabile scientificamente, sarà la sua ancora di salvezza. La bella Jane è, infatti, giovanissima ma determinata a non perdere un minuto insieme a quel ragazzo brillante, e a stargli vicino sino alla fine. L’unione di queste due persone dimostrerà a tutti che le favole esistono e noi non possiamo che esultare.

I motivi non sono chiari, sta di fatto che quella coppia, destinata a frantumarsi ancora prima di riuscire a costruire qualcosa, è riuscita a creare una famiglia e ha affrontato prove inimmaginabili vincendole tutte, una dopo l’altra. Il film diretto da James Marsh ci racconta di quei venticinque incredibili anni che hanno portato il Professor Hawking a diventare la persona che tutti conosciamo.

© UNIVERSAL PICTURES
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La pellicola si sofferma non sulla professione dello scienziato, non tenta di rendere accessibili concetti complicati e idonei a un simposio d’illuminati, bensì ci mostra il lato umano di una costante battaglia contro quel tempo che è il fulcro degli studi di Hawking. Entriamo all’interno delle mura domestiche, nell’intimo, e assistiamo alla quotidianità di una coppia molto particolare, calandoci nei panni della compagna. Quello che ne esce è un film drammatico a tratti disarmante e straziante, in cui l’immedesimazione con Jane avviene in sordina, quasi automaticamente. Ci si sente impotenti e al contempo carichi di speranza nel vedere come la brillante mente, ingabbiata dentro un corpo alla deriva, con determinazione e trainata dall’amore, abbia bypassato la sua condanna. E si prova ammirazione, mista ad un po’ di invidia, per quella grande donna.

Il punto di forza dell’opera è l’interpretazione dei due protagonisti: Eddie Redmayne che, per trasformarsi in Hawking, ha dovuto superare una prova fisica non semplice, e Felicity Jones che ha sfoggiato un paniere di emozioni (dalla gioia all’angoscia, attraverso tutte le forme di paura) senza precedenti. E, probabilmente, se le loro performance non fossero state tanto efficaci, questo lavoro non avrebbe raggiunto la sufficienza.

© UNIVERSAL PICTURES
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La trama, infatti, narra la storia di due anime gemelle fuori dal comune, scelta ardita che le fa correre il rischio di cadere nella nenia o nel melodramma strappalacrime tipico delle telenovela. Anziché cedere alla tentazione pietistica, tutto rimane invece in equilibrio e non scivola nel patetico. I toni sono asciutti e mai enfatizzati e la riverenza nei confronti delle figure coinvolte è percepibile in ogni istante.

“La teoria del tutto” è un inno all’essere umano, alla sua forza, ai suoi sentimenti, alla sua volontà e alla sua dignità. È una pellicola adatta a curiosi e agli amanti del film biografici che non disdegnano un pizzico di sentimentalismo. Un lavoro misurato che merita una chance e che, durante la visione, potrebbe farvi scendere qualche lacrima.

Vissia Menza

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