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[Recensione film] STILL ALICE

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Alice è una bella cinquantenne di successo e ha una vita da sogno: ha un matrimonio che va ancora a gonfie vele, ha tre figli indipendenti e ha una carriera brillante, che le permette di viaggiare in tutto il mondo e tenere conferenze in cui ammalia i suoi studenti. Ogni tanto le mancano le parole, ha piccole dimenticanze e, come farebbe qualunque persona della nostra epoca, non ci fa caso perché, si sa, lo stress può giocare brutti scherzi. Il giorno il cui facendo jogging si perde nel campus, nel SUO campus, decide sia giunto il momento di indagare sull’accaduto. La paura di avere un male incurabile le dà la spinta decisiva verso una verità che nessuno è mai pronto ad affrontare, ha l’Alzheimer.

La donna è brillante, colta, attenta e si impegna per fare la cosa giusta, arginare le conseguenze e rendere tutto più semplice a se stessa e ai suoi cari, ma la realtà sarà tremenda: è destinata a svanire dentro un guscio con le sue fattezze, assisterà alla sua involuzione, alla perdita di controllo, e – soprattutto – vedrà la sofferenza negli occhi di chi la ama.

Photo: courtesy of Good Films
Photo: courtesy of Good Films

“Still Alice” parla di una malattia molto diffusa e ad oggi, incurabile. Complice anche l’allungamento della vita, molte sono le persone che si ritrovano a dover fronteggiare la dolorosa situazione di vedere un famigliare svanire, perdere l’io, finire nell’oblio per un morbo micidiale che nel momento in cui attacca il cervello non lo lascia più.

La pellicola è tratta da “Perdersi”, un romanzo di Lisa Genova, neuropsichiatra americana incredibilmente alla prima prova davanti alla tastiera. Il suo è un testo di quelli che facilmente travolgono il lettore e la sua prosa, che descrive l’impotenza dell’essere umano difronte all’ineluttabile, viene portata su grande schermo in modo diretto, essenziale, dolce e mai lagnoso.

L’opera di Richard Glatzer e Wash Westmoreland è toccante per la sua semplicità, per i toni pacati, per la forza della trama e per la sobria e convincente recitazione. Il suo successo sta, infatti, nella scelta del cast, nella credibilità di una manciata di attori che avevano l’arduo compito di riuscire ad abbattere le nostre barriere e portarci dentro quelle quattro mura in cui presto Alice si perderà.

Photo: courtesy of Good Films
Photo: courtesy of Good Films

La protagonista ha il volto di Julianne Moore e, dopo la prima proiezione, dopo aver visto una sala al completo singhiozzare sommessamente per buona parte del tempo, con serenità posso confermare che la sua candidatura agli Oscar® sia più che meritata. L’attrice sfoggia sicurezza, forza, determinazione e riesce a mostrare come il mondo intorno al suo personaggio si faccia sempre più sbiadito man mano che la persona si sgretola: vedere nei suoi occhi l’impotenza difronte al crollo, ci fa soffrire.

“Still Alice” è commuovente, è spiazzante come accadere solo nei migliori lavori, ha la gentilezza tipica dei film di altri tempi e non cerca di impossessarsi di voi sfruttando la forza di immagini brutali. Nessuno sputa sentenze e tutti tifano perché accada l’impossibile.

Vissia Menza

Ultimo aggiornamento: giovedì 22 gennaio 2015, ore 10:30

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