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Storie dalla Divina Commedia, il decimo canto dell’inferno: Cavalcante

Il decimo canto dell’Inferno. La rovina di una mia interrogazione al liceo. Vi spiego.

Cominciamo a ricordare il contesto già introdotto nel (nazionalistico ante litteram) nono canto: spalancate le porte della città di Dite, al Nostro è comparsa una immagine cruda ma mooooooooolto efficace. Davanti all’imponente naso del Poeta, si è materializzata una schiera di sepolcri, alcuni dei quali in fiamme con prevedibile contorno di lamenti delle anime dannate.

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Aggirandosi discorrendo del futuro dell’Inferno con Virgilio, l’Alighieri viene scosso da una voce imperiosa: è Farinata degli Uberti, fiero capo ghibellino a cui Dante riconosce il rispetto che si deve agli avversari politici che hanno amato la propria patria e hanno subito, con l’esilio, un destino ben noto a Dante. I due discorrono di politica fiorentina e nazionale, quando compare all’improvviso quello che fu causa della mia rovina: Cavalcante dei Cavalcanti, padre di quel Guido Cavalcanti che fu amico di Dante (di un’amicizia bellissima, a giudicare da:

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio;

sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse ’l disio.

Anche quella di Cavalcante dei Cavalcanti è una figura storica, esponente di una filosofia epicurea del tempo che qualche segno ha lasciato. Ma come spesso accade nella Commedia, Dante toglie il fiato con la capacità di passare da un confronto “aulico” o – come in questo caso – politico a una purissima emozione umana. Cavalcante leva la testa dal sepolcro, e domanda:

“piangendo disse: “Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? E perché non è teco?»

L'incontro di Dante con Farinata e Cavalcante nell'immaginazione di William Blake
L’incontro di Dante con Farinata e Cavalcante nell’immaginazione di William Blake

E’ la domanda che qualsiasi padre che ha un figlio lontano dagli occhi farebbe: perché tu sei qui e non c’è Guido? Dante, che ogni tanto qualche cappella lessicale involontaria la beccava pure, vorrebbe spiegare che il suo viaggio è voluto da Qualcuno che Guido non amò, ma usa un tempo verbale poco adatto:

“colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”

Sull’ebbe ha un potere dirompente: Cavalcante è annichilito.

“Dicesti elli ebbe? Non viv’elli ancora?”, convinto che anche il figlio sia morto. Si strugge dalla disperazione e sprofonda nel sepolcro, scomparendo alla vista.

Dante – dopo essere tornato a disquisire con Farinata di preveggenza dei dannati – proverà a rimediare, pregando il suo nobile interlocutore di avvisare il disperato cavalcante che il figlio è ancora in vita (“Or direte dunque a quel caduto / che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto”) ma il latte era versato, la ciambella non era riuscita col buco, eccetera.

Ecco, a me il dolore straziante di un padre per il figlio, l’idea di un papà che supera il suo destino disgraziato e infernale per la preoccupazione verso il sangue del suo sangue, quel gettarsi nel sepolcro pur di provare a sfuggire alla disperazione avevano colpito tantissimo. E così, di fronte alla domanda “Quale è il personaggio principale del decimo canto”, l’inconscio aveva fatto emergere Cavalcante prima di Farinata.

Tredici anni dopo: l’emozione vale un brutto voto, tiè.

Alfonso d’Agostino


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