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Broken Screen: vedo bianco, vedo nero

di Federica Musto

 

BrokenScreen 1- Photo: GaiaSquarci
Photo: courtesy of ufficio stampa/ © Gaia Squarci

Vedere. Assurdo quando questo verbo abbia peso nelle nostre vite. La vista, il principe tra i cinque sensi, per noi è divenuto qualcosa di imprescindibile, di fondamentale. Un vero e proprio fatto culturale. Chiediamo «vedi?» Per accertarci che la persona con cui parliamo abbia capito; discorriamo di prospettiva, di punto di vista, di visione del mondo per ragionare su ciò che ci circonda, su come interpretiamo i fatti. Appunto, una questione culturale: un modello, un paradigma. Perché? Perché siamo occidentali e dunque legati indissolubilmente al mondo delle immagini. Anche la religione più diffusa nel nostro vecchio continente, il cristianesimo, è complice di questo monopolio. È una religione fatta di immagini, di icone. Diversa da religioni fatte di parole, come l’ebraismo o l’Islam, che fondano tutto su un altro senso: l’udito. Noi occidentali guardiamo per accertarci, diamo un’occhiata per curiosare, facciamo vedere per dimostrare.

Ma cosa accadrebbe se d’improvviso fossimo privati del nostro senso guida, se ad un tratto perdessimo la vista? Come cambierebbe per noi il mondo?

Queste sono le domande cui Gaia Squarci ha tentato di dare una risposta con il suo lavoro Broken Screen. Una piccola mostra: poche fotografie in bianco e nero, alcune mosse, alcune sfocate, alcune poco centrate. «I ciechi vivono in un mondo che vede, segue codici visivi e si fonda sull’immediata, condivisa comprensione di segnali, e questo li porta a navigare un sistema che non è fatto per loro» commenta l’artista. Fotografie – immagini – di persone che non possono vedere. Paradossale. E, proprio per questo, estremamente fruttuoso. Perché spesso laddove vige un paradosso nasce inevitabilmente una riflessione. Siamo portati a cercare una soluzione. È la nostra indole, la nostra natura, è quella stessa forza inarrestabile che da bambini ci spingeva ad amare tanto gli indovinelli che ci porta a farlo: curiosità, sfida, bisogno di trovare la risposta.

BrokenScreen_2©GaiaSquarci
Photo: courtesy of ufficio stampa/ © Gaia Squarci

Riflessione dicevo, riflessione circa il potere immenso che oggi come oggi detengono le immagini, riflessione sul concetto stesso di visione. Perché oggi, nell’era della iper-visibilità, nell’era che George Didi-Huberman etichetta come “epoca dell’immaginazione lacerata”[1], la fotografia, il cinema, persino la televisione risultano ormai obsolete in confronto a quell’immenso archivio immaginale chiamato internet. Un rumoroso schermo bianco, caotico, labirintico in cui siamo continuamente gettati. E al contrario un rumoroso schermo buio, caotico, labirintico, quello in cui è immerso un soggetto ipovedente. Due lati, nero e bianco, di una medaglia che paradossalmente sembra la medesima: una stessa rumorosa, caotica esistenza.

Immagini di occhi senza immagini, queste fotografie. Immagini in bianco e nero del mondo accecantemente bianco di uomini e donne immersi nel buio. «Ho chiesto loro di guidarmi nelle loro vite» spiega Gaia Squarci, «Eliminata la sua aura di mistero, la cecità di tutti i giorni, quella che non si ascolta tra le parole di una canzone, fa spesso paura ed è tenuta a distanza». Perché quando qualcosa ci riesce incomprensibile il nostro primo meccanismo di difesa è quello di isolare, di allontanare il più possibile. Per proteggerci, per sfuggire all’ignoto. Ma la verità è che immagini o non immagini, mondo bianco o mondo nero, vedendo o ascoltando soltanto, due genitori amano comunque immensamente la loro bambina, e la crescono. Uomini vanno comunque a sedere nel solito bar, e chiacchierano. Coppie cenano comunque in un buon ristorante, e se lo gustano. Avvocati nuotano comunque dopo il lavoro, e si rilassano.

È la vita.

BrokenScreen©GaiaSquarci
Photo: courtesy of ufficio stampa/ © Gaia Squarci

INFORMAZONI

Brooken Screen
Gaia Squarci
Fino al 28 gennaio 2016
Galleria STILL, Milano

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[1] Georges Didi-Huberman, L’immagine Brucia, 2009.

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