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Recensione del film The End of the Tour

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Il tour è finito. Il tour è quello promozionale che segue l’uscita di un romanzo. Il romanzo, attorno a cui ruota questa storia, è uno dei volumi di narrativa che ha contribuito ad eternare David Foster Wallace, parliamo di Infinite Jest. Infinite Jest è stato un libro-culto della generazione che in quelle pagine molto rivedeva della propria società, quella americana degli anni ’90.

Siamo nel 1996 e nell’abitacolo di un’anonima utilitaria siedono due giovani, un giornalista che si guadagna da vivere scrivendo di rockstar e uno scrittore, considerato alla stregua di una rockstar. I due erano David Lipsky e David Foster Wallace. Scopo dell’incontro era un articolo da pubblicarsi sulla rivista Rolling Stone. Alla fine, le bobine con le conversazioni, avvenute durante cinque intensi giorni di convivenza, confluirono in un libro, “Come diventare se stessi”, pubblicato nel 2008 dopo la morte di Wallace.

The End of the Tour è stato presentato al Sundance ed è il classico ottimo film che solo quel festival può regalarci. È un’opera senza 3D o altri effetti speciali che si avvale di una sola arma: la parola. Sono i dialoghi, infatti, recitati dai due protagonisti a sedurre lo spettatore, a trascinarlo dentro lo schermo, a farlo sperare che non finisca mai. Gli attori incarnano persone normali, con le comuni fragilità, che commettono gli stessi nostri errori e sperano in un futuro costellato di sorprese, bellezza e ricchezza, esattamente come noi. Già dopo il primo scambio, comprendiamo, però, che le loro menti sono affiatate e sottili, ogni attimo è intenso, profondo, e gli animi sono sofferenti, anche se in modo diverso.

Jesse Eisenberg e Jason Segel - Photo: courtesy of Adler entertainment
Jesse Eisenberg e Jason Segel – Photo: courtesy of Adler Entertainment

Lipsky ricorderà quelle giornate come le migliori della sua esistenza. Erano entrambi giovani, lui aspirava ad essere l’autore affermato che aveva difronte senza accorgersi che Wallace era più famoso (sicuramente) ma più fragile e (probabilmente) aspirava a trovare la giusta collocazione nel mondo esattamente come lui.

A portare sullo schermo tanta umanità è James Ponsoldt, regista apprezzatissimo dalla critica oltre oceano e ospite fisso al Sundance. La sua ultima fatica, sceneggiata dal premio Pulitzer Donald Margulies, vede Jesse Eisenberg e Jason Segel nei panni, rispettivamente, d’intervistatore e intervistato. Ora, ci si aspetterebbe di leggere un lungo elogio al talento e alla versatilità dell’interprete di The Social Network, invece chi strabilia è lo sconosciuto, per lo meno tra coloro che non frequentano il piccolo schermo e/o non amano commedie leggere come Sex Tapes, Jason Segel. L’attore è una vera sorpresa: è magnetico, rende Wallace reale. Ha lo sguardo perso, da vertigine, è infantile o arrogante a seconda del momento. Il suo corpo, nonostante i 193 cm di altezza, ciondola, il labbro vibra, la dizione inciampa. In due ore tutto ci è chiaro non perché abbiamo visto un buon documentario bensì grazie ad una meravigliosa finzione.

Vedere The End of the Tour significa ridere, sospirare e commuoversi difronte a una parabola umana, ad una partita a scacchi tra intelletti, alle profonde implicazioni che una frase apparentemente innocua può nascondere e solo una palpebra tremante può rivelarci.

Quando si dice un ottimo lavoro di squadra…

Vissia Menza

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