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SLAVA (Glory), il lato grottesco del nuovo millennio

Glory - Photo: courtesy of Locarno film Festival
Photo: courtesy of Locarno film Festival

Nuova settimana e nuovo focus. Come prevedibile saranno i film in Concorso Internazionale e alcuni exploit delle altre sezioni a dominare le nostre colonne. I Pardi si avvicinano e alcune opere hanno iniziato ad avere proiezioni supplementari, il che ci fa ben sperare. La grande sorpresa di questo Locarno 2016 per ora è una pellicola che ha avuto la sua prima a poche ore dall’inaugurazione del Festival: Slava dei registi Kristina Grozeva e Petar Valchanov.

Il duo in arrivo dalla Bulgaria ci narra la storia di Tsanko Petrov, un ferroviere che trova sui binari del treno un tesoro (un sacco pieno di LEV, letteralmente) e decide di consegnarlo alle autorità. Lo Stato, in segno di riconoscenza, lo omaggia di un orologio e lo trasforma in eroe nazionale. Una decisione condivisibile – Tsanko è un esempio di rettitudine – la cui realizzazione viene affidata al capo ufficio stampa del Ministero dei Trasporti: la stilosa, competente ed efficientissima Julia Staikova.

La nostra Julia (una splendida Margita Gosheva) è la classica manager del nuovo millennio: affetta da sindrome abbandonica e crisi di identità se privata  del suo amato iPhone, incapace di cogliere tutto ciò che accade al di fuori del piccolo schermo in vetro che fissa compulsivamente, sbadata e dimentica delle cose importanti per costruire buone relazioni umane. Neppure il suo dolce e paziente marito riesce a scuoterla da tanto torpore multimediale. La giustificazione è una nenia che conosciamo “il lavoro prima di tutto, la carriera”. Sarà proprio Tsanko, il balbuziente e umile neo-eroe, a darle (speriamo) la spinta nella direzione giusta. Il prezzo però sarà molto alto.

Glory - Photo: courtesy of Locarno film Festival
Photo: courtesy of Locarno film Festival

Slava è una tragicommedia, sagace, lucida ed equilibrata che mette in luce un infinito numero di sfaccettature dell’essere umano e dell’epoca in cui viviamo. Il triste compito di farci sospirare è affidato alla vittima, quello di farci sorridere all’inconsapevole “carnefice”. Alla fine le risate sono amarissime, perché Julia non è la “donna bulgara”, qualsiasi cosa essa sia, ma è la fotocopia della “milanese imbruttita”. La sua insensibilità e disattenzione, la sua superficialità e il suo opportunismo, sono quelli che vediamo  a casa nostra come dai vicini.

Non è finita qui. La parte più disarmante è realizzare come una leggerezza, il non ricordare dove è stato riposto un orologio, condita dalla giusta dose d’idiozia, riesca a provocare una valanga in cui alla fine a vincere non è chi è nel giusto bensì il più forte. E anche in questo caso, quella che scorre sullo schermo non è la Bulgaria, ma la realtà globale. Le situazioni sono  universali, al passo con il nuovo millennio.

La bellezza di Slava risiede nell’equilibrio che i realizzatori sono riusciti a dargli. L’immedesimazione arriva in fretta e altrettanto rapidamente gli eventi potrebbero schiacciarci, metterci a disagio sino a soffocarci. È l’ironia a salvarci. Perché nel quotidiano siamo tutti un po’ Julia è un po’ Tsanko e l’unica possibilità che abbiamo è riderci sopra, riflettere e non dimenticare la nostra umanità. 

Vissia Menza

Glory - Photo: courtesy of Locarno film Festival
Photo: courtesy of Locarno film Festival

 

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