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Un mostro dalle mille teste, recensione del claustrofobico thriller di Rodrigo Plá 

Il poster italiano del film Un mostro dalle mille teste
Il poster italiano del film Un mostro dalle mille teste

Notte. Interno. Rumori nel buio. Una luce si accende e una figura si muove, è una donna che aiuta un uomo immobilizzato. Lei è Sonia, lui è Guillermo Castrejon, un signore che tra mille sofferenze cerca di sopravvivere. L’ambulanza arriva e si scopre che l’uomo è terminale ma non può ricevere le cure idonee in quanto la documentazione non è sufficiente a giustificare la somministrazione dei costosi farmaci che lo stabilizzerebbero. Complici delle inquadrature spente e gli sguardi preoccupati, Sonia si impone subito come la coraggiosa eroina di una battaglia che non tarda a conquistare lo schermo.

Siamo in Messico, un Messico anonimo dei giorni nostri. Non è importante scoprire con precisione in quale luogo ci troviamo, importante è il passo che oggi ha deciso di compiere la protagonista. Deve ottenere ciò di cui necessita il suo Guillermo e questo implica confrontarsi con l’assicurazione, quella compagnia che pretende certificati e analisi dettagliate e con una firma ha il potere di vita o di morte su un paziente, nonostante a decidere sia un burocrate stanco e non un medico. Un sistema disumano, opportunista, menefreghista che punta solo al profitto e che ora le sta portando via il marito.

Una scena del film Un mostro dalle mille teste - Photo: courtesy of Cineclub Internazionale
Una scena del film Un mostro dalle mille teste – Photo: courtesy of Cineclub Internazionale

Un mostro dalle mille teste ci pone di fronte ad un caso di malasanità, di quelli che rendono la situazione del Messico del nuovo millennio non dissimile dai vicini Stati Uniti o dal Vecchio Continente. Il Dio denaro è l’unico a dettare legge e il buon senso pare essersi preso una perenne vacanza. Il risultato è che l’ennesimo diniego svogliato di studiare la pratica Castrejon, nel momento in cui il dolore diventa accecante, porta la donna, stretta nella morsa di una sconfinata impotenza, a compie un gesto estremo che da vittima la trasforma in carnefice: si prende quello che le è dovuto… con la forza.

Sonia segue i responsabili, li minaccia, impone loro di fare il proprio dovere e molto altro prima che un inatteso finale sopraggiunga.  Il film diretto da Rodrigo Plá è un thriller psicologico, è un dramma familiare, è uno squisito racconto per immagini che dopo un anno nel circuito festivaliero si è guadagnato l’emersione e il confronto con il pubblico delle sale cittadine. E a ragion veduta. Adottando una duplice prospettiva, e facendoci parteggiare per la povera donna sempre più stremata, il regista ci conduce al di la dello schermo in ambienti resi claustrofobici dalle inquadrature e dalle circostanze. La tensione è ovvia, la proviamo facilmente anche noi, dato che ciò a cui assistiamo non è differente da quello che potrebbe capitarci domani e che ci ricorda tutte le volte in cui ci siamo scontrati con una burocrazia sorda gestita da addetti con la mente lontana.

Una scena del film Un mostro dalle mille teste - Photo: courtesy of Cineclub Internazionale
Una scena del film Un mostro dalle mille teste – Photo: courtesy of Cineclub Internazionale

La riuscita dell’opera, peraltro trasposizione su grande schermo dell’omonimo romanzo di Laura Santullo (qui in veste di sceneggiatrice), è data dal duplice punto di vista, le immagini sono accompagnate da narratori fuori campo (a voi scoprire il motivo); dall’interpretazione convincente di Jana Raluy, attrice in prestito dal teatro, che amiamo sin dall’inizio, che comprendiamo, con la quale soffriamo e alla quale auguriamo un miracolo che la faccia avere la meglio; e da quel ritmo così serrato da rendere Un mostro dalle mille teste, un lungometraggio di soli 75 minuti, intenso e  perfetto.

Presentata alla Mostra del cinema di Venezia 2015, in apertura della sezione Orizzonti, e subito dopo approdata al 59° BFI London Film Festival, la pellicola con sobrietà, con uno stile diretto, e con qualche situazione che sfiora l’umorismo nero, è il classico dramma che ci induce a riflettere sulla realtà che ci circonda, sulle prassi che perseveriamo ad ignorare, sperando non ci travolgano mai, ma che così agendo non si facciamo altro che contribuire a diffondere e rafforzare. Brillante.

Vissia Menza

 

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