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SPLIT: la resurrezione schizofrenica di M. Night Shyamalan

Recensione del thriller SPLIT di M. Night Shyamalan, al cinema dal 26 gennaio

Il poster italiano del film SPLIT
Il poster italiano del film SPLIT

Il regista M. Night Shyamalan (Il Sesto Senso, The Village) è uno di quei filmmaker col mirino della critica perennemente puntato addosso, come quello studente indisciplinato e con voti ondivaghi che ai tempi delle scuole medie, nel subbuglio generale, si prendeva la nota e pagava per tutti.
Con un avvio di carriera da enfant prodige che si rivelerà più condanna che benedizione, il regista di origini indiane ha incassato con gli interessi qualche passaggio a vuoto, attirandosi più detrazioni del dovuto e, soprattutto, soffrendo del “misunderstanding” di chi lo voleva autore di alti budget, complesse strutture e lucide copertine.
Non è un caso che il suo lungometraggio più vivido e creativo – UnbreakableIl Predestinato (2000) – fosse al contrario un puro, circoscritto, film di genere; e lo stesso dicasi del recente e ben riuscito The Visit (2015).
Ad ulteriore dimostrazione che la strada maestra del regista sia quella più indie e distante dalle logiche incatenate dei blockbusteroni, ecco il sorprendente e inquietante ruggito di Split: co-prodotto come The Visit da Blumhouse Productions – esperta nel settore “minima-spesa-massima-resa” – il film è il più vicino all’horror di tutta la carriera di “Night”.
La stazione di partenza è il collaudato thriller psicologico (o meglio, psichiatrico), ma lungo il percorso Split si avvinghia progressivamente al paranormale e ad atmosfere mai così tenebrose.

E’ la storia di Kevin (James McAvoy), nella cui mente coesistono 24 differenti personalità, alcune delle quali molto pericolose. Lo scoprono, forse troppo tardi, la sua psichiatra (Betty Buckley) e tre giovani ragazze, tra cui la coraggiosa Casey (Anya Taylor-Joy), che si ritrovano segregate in una claustrofobica prigione sotterranea.

Una scena del film SPLIT - Photo credit: John Baer
Una scena del film SPLIT – Photo credit: John Baer

Mentre scopriamo le insidie di un disturbo dissociativo dell’identità all’insegna della “licenza poetica”, la sorpresa è un film plumbeo eppure scorrevole, che tiene incollati allo schermo e rappresenta molto più di un “brodino” per il convalescente regista.

Ad interpretare e declinare il ventaglio di personalità di Kevin c’è un portentoso, camaleontico McAvoy, mentre dall’altra parte dello specchio, in egual splendore, la ventenne Taylor-Joy, che dopo il lavorone in The VVitch si conferma una delle stelline più interessanti del panorama.
Col cast sistemato e un soggetto intrigante (suggerita una double-feature con Identità di James Mangold), la palla passa al regista: con un solo, veniale rallentamento a metà del cammino, Shyamalan risolve agilmente qualche nodo nel copione e palesa, con guida sicura, l’esperienza cicatrizzata dell’autore.
La storia di Split, con esche torture-porn e finale feroce, suscita tensione disimpegnata, sprigionando forte e chiaro l’approccio appassionato e un po’ sopra le righe del regista. Con un’appendice che, da sola, vale il prezzo del biglietto. L’acqua in bocca, ovviamente, è d’obbligo.

Inabissandoci nelle pieghe e nelle sfumature umorali di Split, sorge persino il dubbio che la personalità frammentata del protagonista non sia solo un pretesto narrativo, ma anche un’intrigante autoanalisi più o meno conscia di Shyamalan, un inventario delle sue personalità stilistiche e cinematografiche: e se il Kevin di turno, aggressivo, impacciato, artistoide, effemminato, impaurito, contraddittorio, fallimentare, fosse un autoritratto, un richiamo di un’identità cinematografica non ancora definita fino in fondo?
Del resto, la morale emerge dal suo stesso script: forse, gli individui irrisolti e diversi non sono inferiori agli altri, ma superiori. Il non plus ultra, insomma, del twist shyamalano, trascinato a livello simbolico e subconscio.

Luca Zanovello

n.d.r. a questo link il nostro approfondimento sulla conferenza stampa di presentazione del film

 

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