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Speciale Berlinale 2017: il giorno di Milena Canonero

L’Homage 2017 e l’Honorary Golden Bear a Milena Canonero.

Milena Canonero - Ph: Alexander Janetzko (c) Berlinale 2017
Milena Canonero – Ph: Alexander Janetzko © Berlinale 2017

L’omaggio e orso d’oro alla carriera di quest’anno è andato a Milena Canonero. Italiana di nascita, cittadina del mondo per professione, è stata, ed è, la costumista di grandissimi registi. Nella sua meravigliosa carriera ha vinto i maggiori premi, dai nastri d’argento, ai David di Donatello, dai BAFTA a ben quattro Oscar®, l’ultimo dei quali per Grand Budapest Hotel, pellicola che ha debuttato proprio a Berlino tre anni fa. E la conversazione con Milena Canonero è patita proprio dalla collaborazione con Wes Anderson, di cui parla con affetto per la sua attenzione al dettaglio, per il suo essere come un pittore naïve e, soprattutto, per la libertà di espressione che lascia e il calore che porta sul set. Un calore che ricorda quello che emanava Stanley (Kubrick), il cineasta che ha avuto un ruolo fondamentale nella sua crescita professionale – cosa che la costumista non perde occasione di ribadire.

Perché se non fosse andata in Inghilterra e non avesse incontrato sul suo cammino Stanley chissà se oggi sarebbe dove si trova. Non mancano, infatti, le occasioni in cui la signora Canonero, con grande gentilezza nei toni e umiltà d’animo, sottolinea di essere stata fortunata ad aver lavorato con tanto mostri sacri (non solo il giovane Wes Anderson ma anche Francis Ford Coppola, Roman Polanski, Louis Malle, solo per citarne alcuni) e di aver formato un duraturo sodalizio con Kubrick. Un uomo che era tacciato di precisione maniacale, di essere ossessionato dal controllo ma che, scopriamo oggi, essere un estimatore di chi era dedito al lavoro, appassionato e attento a quello che faceva. A queste persone dava molto. Non a caso è grazie a lui se è riuscita a comprendere il processo che porta alla nascita di un film, un grande film. Stanley condivideva e insegnava come si confà a un vero mentore. E se veniva a sapere che avevi altre competenze, t’incoraggiava, ti dava l’opportunità di ampliare la tua esperienza (nel suo caso, appena si accorse che il francese era la sua seconda lingua, le assegnò la supervisione del doppiaggio del lungometraggio su cui stavano lavorando).

È stata una conferenza stampa molto interessante per quanto condiviso e per una lezione, probabilmente involontaria.

Ci siamo addentrati nella palette dei suoi costumi (mai fissa, per esempio in Dick Tracy era di dieci colori); nei suoi metodi (non c’è predisposizione per una tipologia di abito o un’altra, può nascere su misura oppure essere l’adattamento di un altro, in prestito o a noleggio, senza preclusioni); nelle utilità di Photoshop durante la fase creativa (le permette di disegnare un costume direttamente sul fisico dell’attore). E, ancora, nelle sue fonti d’ispirazione (oltre alle eventuali direzioni ricevute da chi è dietro la macchina da presa, nel caso di Barry Lyndon fu una partitura musicale, in altri un quadro, la pittura di un periodo). Alla fine, le parole chiave della giornata ce le regala proprio lei: nella vita è importate avere vicino qualcuno che ti insegna e cooperare con gli altri. “Facciamo parte di un gruppo creativo, siamo una squadra, non conta il singolo costume” (…) “al mio posto ci poteva essere un’altra persona,” (…) “sono onorata di poter rappresentare la mia categoria di cui fanno parte grande artisti”, e chiude ricordando il suo maestro, il grande Piero Tosi.
Chapeau!

Vissia Menza

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