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Recensione film Le Donne del 6° Piano


Philippe Le Guay riunisce un cast di prim’ordine, che annovera tra gli altri anche la meravigliosa Carmen Maura, per dar vita ad una pellicola delicata, ottimamente ritmata, che dolcemente ci accompagna ad uno dei finali più garbati che abbia visto durante quest’anno. Nessuna denuncia, solo la storia di Jean-Louis Jobert, un agente di cambio che conduce una monotona esistenza sino al giorno in cui la domestica di sempre viene messa (o forse si fa mettere) alla porta.

Un film, una storia che mostra il perbenismo francese degli anni ‘60 e la fierezza e dignità delle donne spagnole che, come oggi capita con le popolazioni dell’Est Europa, senza troppa puzza sotto il naso, con il sorriso sulle labbra e facendo squadra, durante l’epoca del franchismo, si sono rimboccate le maniche e trasferite oltre confine per lavorare a servizio di famiglie borghesi dalla vita tanto ricca quanto annoiata nelle loro belle città. Queste iberiche dame distinguendosi per onestà, capacità ed efficienza sono riuscite a far divenire una moda la loro presenza nelle famiglie più “in” e direi che non è cosa da poco!

Fabrice Luchini, dicevamo, è Jean – Louis Jobert, uomo che vive in un microcosmo fatto di azioni e luoghi prevedibili sino a quando la vitalità della nuova domestica e la sua esuberanza tutta mediterranea gli fa scoprire inizialmente un mondo umile ma vitale e pieno di energia, distante solo poche rampe di scale (al sesto piano appunto), ed in un secondo momento gli infonde la consapevolezza ed il coraggio necessari per scoprire e vivere a pieno la vita nel mondo al di là delle sue routine. Insomma il criceto riesce ad uscire dalla gabbia ed incredibilmente sono proprio le differenze culturali e sociali  ad essere un grande stimolo.

Una favola senza tempo che racchiude un male assai comune, fatto di sicurezze, false gioie, nessun dolore ma solo perché ci si è dimenticati di vivere. Tante delle persone cresciute in mezzo all’agio (non necessariamente allo sfarzo!) scivolano facilmente nella assenza di curiosità e di vitalità. Quasi che vivere all’interno di una scatola sia una meraviglia… Ci vuole poco, davvero anche solo un incontro casuale con chi tutti i giorni con energia vive, per prendere coscienza e, provare per qualche minuto le emozioni vere, è sufficiente per non  voler tornare più in dietro. Questo e molto di più in un film che non vuole fare la morale a nessuno, che non pretende di tracciare la fotografia di un’epoca storica per molti difficile, ma che di sicuro vuole farci sorridere con intelligenza. Alla fine faremo tutti il tifo per Jean – Louis perché è un po’ la sintesi delle nostre comuni remore.

Una commedia brillante e, allo stesso tempo, una velata storia di amore e rispetto, a dimostrazione del fatto che questo non sia un genere in via di estinzione. Si esce dalla sala leggeri e sorridenti senza troppo pesare, ma soprattutto con la luce negli occhi perché coscienti che non c’è un’età per iniziare a vivere.

 

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