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Recensione film La pelle che abito

La pelle che abito, una maschera, dietro la quale si cela una storia, spesso il dolore di una persona, di molte, di tutti. Non ci sono vincitori nell’ultimo film di Almodovar, solo vinti che, in una partita a scacchi – gioco al massacro, cercano di sopravvivere esorcizzando la propria sofferenza, ma pure assecondandola ed alimentando il rancore, con apparente encomiabile autocontrollo e molta freddezza. Non c’è, infatti, più spazio per i sentimenti nella vita di Robert Ledgard, del giovane Vicente e di Vera. C’è rassegnazione. Perché? Com’è possibile che un uomo, caratterizzato da un primordiale istinto di sopravvivenza, si rassegni così facilmente?

Oramai il cineasta iberico riesce a stupirci ogni volta e con quest’opera, liberamente ispirata al libro di Thierry Jonquet, ci prende in contropiede ancor più del solito.

Dramma dalle tinte retrò, coadiuvato da una fotografia che sembra farci passare da una tela d’inizio ‘900 all’altra, accarezzato da una calda luce esterna e da un’ambiguamente azzurrina illuminazione d’interni. Veniamo portati dentro la mansion fuori Toledo in cui vive il geniale (e un po’, molto,  folle) protagonista ed è subito chiaro che dentro quelle mura domestiche si celi  un mistero il cui intreccio ci verrà svelato con stile hitchcockiano, senza però rinunciare ai segni distintivi di Almodovar: donne forti e protettive, rapporti madre-figlio ambigui, seme della follia dilagante, trangenesi e sesso raccontati con sarcastico feticismo e, in generale, adorazione per i particolari, per l’arte, per la perfezione.

Un regista un po’ maniancale che con classe ci presenta un maniaco col quale a tratti riusciamo pure a simpatizzare. Inquietante, surreale, tremenda favola moderna in cui un chirurgo plastico perfezionista e alla ricerca della perfezione, sperimenta sulla donna che tiene in casa una nuova pelle. Ma chi è la quieta e remissiva, che però non pare per nulla debole, molto eterea Vera? Lo scopriremo con molteplici tuffi nella passato di Robert. Con tensione e curiosità, in costante crescendo e senza mai scioccarci, se non forse per i temi trattati più che per le immagini offerte che son di una poesia tale da addolcire la pillola amara che ci sta facendo digerire Almodovar, ci viene presentato un noir in cui ciò che darà il via al ribaltone più rilevante della storia, è un argomento che divide e dividerà per ancora molto tempo l’opinione pubblica e il cui detonatore è la più classica delle domande: cosa sareste disposti a fare se vi distruggessero gli affetti più cari? Quando si arriva all’abuso e quante forme esso può assumere?

Pedro Almodovar per l’occasione ha riunito alcuni dei suoi attori feticcio (un glaciale Antonio Baderas di mezza età, una non più giovane ma sempre magistrale Marisa Paredes – la fidata Marilia, che anche solo con gli occhi riesce a proteggere il “suo” Robert – e la splendida Elena Anaya) e non chiede loro nulla di più di quanto abbia già preteso in passato. Prende vita un gran bel film in cui la vena drammatica non ci strappa alcuna lacrima, il thriller non scivola nello splatter e l’ironia non fa scoppiare in alcuna sguaiata risata. E’ kitch con sobrietà e gioca sull’equivoco ma non è squilibrato, a dimostrazione che la maturità talvolta attenua la bizzarria sino a renderla solo estrosa.

Un film maturo, da vedere e rivedere, perché vi rimarrà… sotto pelle!

 

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