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Recensione de Il Cecchino il nuovo film di Michele Placido

Francia, epoca imprecisata, ma già nell’era tecnologica, una città che intuiamo possa essere Parigi senza che venga mai mostrata una cartolina turistica della Ville Lumiere, è solo una grande metropoli, lo sfondo ideale di una storia senza tempo dedicata ad un gruppo di uomini, tutti concentrati, corrucciati, tesi, in corsa, anzi in fuga, per LA salvezza che mai come questa volta può essere loro garantita solo dall’uomo in incognito, nascosto in alto, che tutto vede e provvede… dal loro cecchino.

Le Guetteur è, infatti, il cecchino, ossia il tiratore scelto, l’uomo che non perde il controllo, colui che, con il “solo” ausilio di un mirino di precisione (e di un fucile), riesce dove gli altri falliscono, all’occorrenza ferma gli eventuali inseguitori, garantendo il successo dell’operazione. Qui è un vero e proprio angelo custode nonché mente e collante di un gruppo di rapinatori di banche, che da due anni agisce indisturbato facendo cassa a cadenza regolare senza che la polizia riesca ad individuare i componenti.

Il cecchino della nostra storia è interpretato da Mathieu Kassovitz, figlio d’arte, regista e attore e il suo Vincent è un uomo freddo e spietato con un animo dolce, represso da tempo, che viene tradito e si ritrova a dover risolvere un inatteso rompicapo mentre la polizia è sulle sue tracce. Lui è la mente che ha permesso alla sua banda di agire indisturbata, lui è la persona alla quale si rivolgono i compagni quando hanno un problema o hanno anche solo bisogno di un consiglio, lui è l’unico che riuscirà a rintracciare e fermare l’uomo che s’insinua tra i malviventi e non.

Questa è la storia della vendetta di un uomo, ma è anche la storia di un poliziotto che vuole chiudere un caso (soprattutto che aspetta da troppi anni delle risposte), sono due animi inquieti che si affronteranno. Ma questa è soprattutto una tragedia umana, il dramma di esseri umani dannati, che non affrontano sino all’ultimo i loro demoni, il noir dal rebus che pian piano si risolverà con alcune sorprese che coglieranno lo spettatore impreparato.

Michele Placido è il regista dietro la macchina da presa di questo poliziesco realizzato in collaborazione coi cugini d’oltralpe, che annovera tra gli attori migliori di Francia. Daniel Auteuil, Olivier Gourmet e Kassovitz, appunto, per mostrare il degrado di alcune vite e – secondo il cineasta – della nostra civiltà, in cui i rapporti umani sono sempre più a rischio, minati da molta (troppa) repressione di una rabbia che può renderci barbari.

Si accenna all’Afghanistan e ai suoi reduci, ma non si denuncia l’arma né si giustificano i comportamenti deboli degli uomini. Piuttosto, si sottolinea come il confine tra il bene e il male sia labile e come la simpatia verso un personaggio ci porti a giustificare i suoi comportamenti anche quando pericolosamente vicini a quel labile confine tra giusto e sbagliato.

La mano di Placido si vede e la presenza di Romanzo Criminale si avverte, e ciò potrebbe essere un’arma a doppio taglio soprattutto in sala: affezionati da un lato vs scettici che notano l’abisso tra la recitazione dei tre attori francesi rispetto ai nostrani, nonché l’assenza di quel non-so-che che scolpisca questa storia nella memoria del pubblico. Chapeau al regista che ha rimontato la sua opera dopo un primo passaggio romano, ho il sentore però che rimarrà comunque uno dei tanti polar.

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