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AUTÓMATA, l’evoluzione oltre l’Uomo

Vaucan: Credevo che voi doveste aiutarci a sopravvivere.
Robot: Sopravvivere non è rilevante. Vivere lo è. Noi vogliamo vivere.
 

Tre anni dopo EVA di Kike Maìllo, arriva da un altro autore spagnolo un nuovo interessante film di fantascienza “umanistica” in cui si parla del rapporto fra uomo e robot. Là l’umanità aveva raggiunto con le Intelligenze Artificiali un equilibrio gentile, una tecnologia amica aveva portato a un’Età dell’Oro in cui l’Uomo viveva in una natura rispettata e pacificata. Qui invece l’ecosistema terrestre è vicino al collasso.

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In un prossimo futuro l’intensificarsi delle tempeste solari, sommato ad un incosciente inquinamento, ha trasformato la superficie della Terra in un deserto radioattivo e la popolazione è sulla via dell’estinzione, ridotta a soli 21 milioni di persone. Alcuni privilegiati vivono al sicuro in piccole città-fortezza, il resto sopravvive in miserabili bidonville. Le turbolenze magnetiche hanno reso inutilizzabili molti sistemi di comunicazione, spingendo progressivamente la civiltà verso un’involuzione tecnologica fatta di cercapersone e stampanti ad aghi, in un’atmosfera di paura e disperazione.

I Pilgrim 7000 erano automi progettati dalla ROC (Robot Organic Century) per costruire mura destinate a proteggere gli umani dal deserto e nubi meccaniche che ricreassero la pioggia. Falliti entrambi i progetti, ora ci sono milioni di robot che lavorano nelle case e nelle fabbriche. Sono controllati dall’uomo mediante due inalterabili protocolli di sicurezza: il primo vieta ai robot di danneggiare, anzi li obbliga a proteggere, qualunque forma di vita, dotandoli di qualcosa di simile alla gentilezza e alla fedeltà. Il secondo protocollo impedisce loro di modificare se stessi o altri robot.

ANTONIO BANDERAS (Jacq Vaucan) - Photo: courtesy of Eagle Pictures
ANTONIO BANDERAS (Jacq Vaucan) – Photo: courtesy of Eagle Pictures

Jacq Vaucan è uno dei fortunati, ha un buon lavoro e sua moglie è incinta. E’ ispettore assicurativo, suo compito è controllare le richieste di risarcimento per danni provocati da unità robotiche difettose prodotte dalla ROC. Un giorno Wallace, un poliziotto di pattuglia, sorprende un robot intento a ripararsi da solo e reagisce istericamente sparandogli. In officina viene accertato che nell’unità sono presenti ben 25 pezzi con matricole di altri robot. Un altro automa difettoso fugge da Vaucan che lo insegue e preferisce darsi fuoco piuttosto che farsi catturare. Hanno qualcosa in comune: ai cervelli di entrambi è stato rimosso il secondo protocollo. Ma non era impossibile? Vaucan si mette alla ricerca di un cibernetico clandestino chiamato l’Orologiaio, l’unico che potrebbe essere riuscito a farlo. E scopre qualcosa di inimmaginabile, che è iniziato e difficilmente potrà essere fermato.

L’impianto del film è quello classico del noir: un caso all’apparenza banale si rivela poi molto più complesso. Ruota intorno al personaggio di Jacq Vaucan (un convinto e convincente Antonio Banderas, anche entusiasta produttore del film): non è un eroe, lavora in un mondo che sta cadendo a pezzi e si sente impotente e depresso per ciò che vede intorno a sé. Sta per diventare padre e vive con ansia il conflitto fra la paternità e il mondo in rovina, al contrario della moglie Rachel (una solare Birgitte Hjort Sørensen), ottimista e piena di speranza. Un altro personaggio “femminile” positivo è Cleo, androide con funzioni superiori miseramente finita a lavorare in un bordello, che ha sviluppato un suo punto di vista sugli uomini ed ha come tutti i robot un senso morale superiore a quello di molti esseri umani. Superiore di certo a quello del poliziotto Wallace (Dylan McDermott, davvero cattivissimo) che rappresenta il genere di persone per le quali ciò che è differente va semplicemente soppresso, non accettando nessun tipo di diversità.

DYLAN MCDERMOTT (Wallace)  - Photo: courtesy of Eagle Pictures
DYLAN MCDERMOTT (Wallace) – Photo: courtesy of Eagle Pictures

AUTÓMATA si presenta come una combinazione di BLADE RUNNER e I ROBOT, paragone inevitabile quando si parla di distopie con protagonisti dei robot umanoidi: lo sceneggiatore e regista Gabe Ibáñez non lo nega, in questo non ha pretese di originalità. Quello che cambia è lo sguardo. È la storia del primo scimpanzé che un bel giorno decise di scendere dal suo albero. E’ un film sull’Intelligenza Artificiale e sul concetto di singolarità tecnologica: cioè quel punto nello sviluppo di una civilizzazione, previsto in futurologia, in cui il progresso tecnologico accelera oltre la capacità di comprendere e prevedere degli esseri umani moderni. Che cosa potrebbe accadere se l’Intelligenza Artificiale arrivasse allo stesso livello di quella umana, o la superasse? Quali progressi tecnologici ne seguirebbero? E non è probabile che una Intelligenza Artificiale superintelligente, semplicemente cercherebbe di eliminare l’intellettualmente inferiore razza umana? E gli umani sarebbero capaci di fermarla?

ANTONIO BANDERAS (Jacq Vaucan) - Photo: courtesy of Eagle Pictures
ANTONIO BANDERAS (Jacq Vaucan) – Photo: courtesy of Eagle Pictures

Girato in Bulgaria, fra vecchie miniere e residuati industriali, e con un cast di buoni attori internazionali ma non grandi star, AUTÓMATA è un film low budget che non pretende certo di dare risposte a simili epocali interrogativi. Il regista Gabe Ibáñez ha un passato di tecnico degli effetti speciali, ma per i robot ha preferito optare per manichini a grandezza naturale anziché affidarsi totalmente al CGI; e sembrano ancora più reali proprio perché goffi e un po’ ammaccati. Non aspettatevi nemmeno grandi scene d’azione, ridotte al minimo. Tutte le suggestioni e le emozioni sono vecchio stile e basate sui contrasti: le atmosfere cupe e i sotterranei rugginosi della città, contro la luce abbagliante del deserto dove vanno a rifugiarsi i robot fuggitivi; il dissolversi fisico e morale della comunità umana contro il nascere del concetto di identità e del desiderio di evoluzione e continuità fra i robot. E’ un solido B-movie di genere che con qualche soldo in più avrebbe potuto essere un piccolo capolavoro. Ma fa riflettere e porre delle domande, e questo non è poco.

M.P.

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