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CAROL di Todd Haynes: cronaca di un premio annunciato

Photo: courtesy of FDC 2015
Photo: courtesy of FDC 2015

E “Carol” si è portato a casa un premio. Era prevedibile. Ancora prima della proiezione per la stampa, questo film era nella lista dei favoriti. E, in effetti, possiamo confermare che presentasse tutte le caratteristiche di un cavallo vincente. Le scelte di cast, storia, realizzazione, scenografia e fotografia sono incredibilmente tutte azzeccate.

Partiamo dalla confezione: accattivante, patinata, attenta.
Siamo negli anni ’50, siamo in America e la protagonista è una facoltosa signora newyorchese. Il suo nome è Carol ed ha il volto della divina Cate Blanchett, al suo fianco una Rooney Mara che, per la prima volta, recita in modo convincente (e se ne sono accorti tutti al punto da darle la Palma d’oro di migliore attrice). La Mara è Therese Belivet, una giovane commessa che, grazie all’amicizia con Carol, scopre l’amore. Le due donne indossano abiti e accessori da sogno, in una New York di altri tempi ricostruita nel dettaglio, illuminata da una la luce calda quanto un abbraccio e incorniciata da una fotografia patinatissima, tocco imprescindibile che dona eleganza.

Photo: courtesy of FDC 2015
Photo: courtesy of FDC 2015

Ma il vero protagonista è l’amore moderno. Con un tempismo perfetto, e probabilmente non preventivato, la pellicola arriva a Cannes in concomitanza con il voto dell’Irlanda, che proprio in queste ore ha approvato i matrimoni gay. Va da se che l’amore celato, e fonte di mille problemi per Carol e Therese, sia un argomento caldo e à la page. La storia, però, non è morbosamente attaccata alle lenzuola, ma si concentra sull’epoca in cui è inserita: tocca argomenti come la scoperta dei sentimenti, l’emancipazione, gli equilibri uomo-donna, il divorzio e molto altro.

D’altro canto, la sceneggiatura attinge dall’omonimo romanzo scritto della nota e stimatissima autrice Patricia Highsmith. Lontanissima è la voglia di fare scandalo. Al sensazionalismo si preferisce la suspense e la dolcezza, entrambe in perfetto equilibrio. Nulla è urlato, ma tutto si comprende e si apprezza (forse) di più proprio perché non sbandierato.

Photo: courtesy of FDC 2015
Photo: courtesy of FDC 2015

E poi, “Carol” ha un ritmo che non perde un colpo, sa tenere alta la curiosità dello spettatore, cui lascia la libertà di scegliere se indagare nel profondo i personaggi e la società dipinti, oppure limitarsi a godersi un’avventura un po’ mélo e trascorrere due ore in tranquillità. L’opera presenta, infatti, l’indubbio “plus” di essere un film impegnato, perfetto per un festival, senza dimenticare ciò che piace al grande pubblico, vero destinatario di tanto lavoro. È quindi l’asso nella manica in grado di mettere d’accordo un’eventuale giuria spaccata, indecisa su quale forma di dolore premiare. Perché, in questo festival de Cannes 2015, le opere cariche di sofferenza erano davvero molte, forse troppe, e allora: evviva Carol con la sua audacia di essere libera di stimare e amare chi vuole (e speriamo che il Festival 2016 sia più allegro).

Vissia Menza

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