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Recensione del film BABADOOK: un dramma che abbraccia l’horror

BABADOOK_poster_courtesy-of-Koch-Media

Amelia è una giovane madre vedova che vive con il figlio Samuel in una bella casa di un quartiere tranquillo. Il bambino è sveglio e vivace, molto simile al papà e, come tutti i bimbi, non vuole addormentarsi senza la favola della buona notte. Sam è esattamente com’eravamo noi durante l’infanzia: è affascinato dalle creature misteriose ma ha paura dell’uomo nero che, a suo dire, si nasconderebbe nell’armadio e parlerebbe con lui quando Amelia non vede.

La cosa non stupisce nessuno sino a quando Sam sviluppa una vera e propria ossessione per questo fantasma e per il libro “The Babadook”. Un volume dalla scintillante copertina rossa, evidentemente per piccoli lettori, che Amelia non ricorda né di aver acquistato né di aver ricevuto in regalo. A questo punto la donna deve risolvere il problema alla radice. Il risultato è una lunga serie di notti insonni che le provocano inevitabili allucinazioni. E… il mistero, le paure, i demoni personali, i luoghi comuni da qui in poi s’impossessano della scena conquistando lo spettatore.

Photo: courtesy of Koch Media
Photo: courtesy of Koch Media

BABADOOK ha fatto parlare molto di sé ancor prima di raggiungere le sale cinematografiche. Inizialmente perché è un esordio nel lungometraggio attento e accattivante; poi perché è un film dell’orrore (genere molto particolare) diretto da una donna (!) che tratta tematiche femminili e delicatissime come la maternità, il rapporto madre-figlio, l’elaborazione del lutto e la colpa. Da ultimo perché pare aver toccato la sensibilità di molti e, nonostante non grondi sangue, è stato vietato ai minori sviluppando l’ennesima polemica. Per fortuna che l’ultima parola è del pubblico e il suo giudizio ha il miracoloso potere di spengere in un soffio qualsiasi chiacchiericcio.

La pellicola piace a tutti, uomini e donne, giovani e meno giovani, e i motivi sono più di uno. Non è un horror con mostri e possessioni demoniache che scuotano il nostro rapporto con al-di-là e/o la religione. Dà voce alle comuni angosce, a quelle dei bimbi e a quelle degli adulti che, guardando un figlio, devono decidere se assecondarlo o essere inflessibili. E usa una prospettiva insolitamente femminile per mostrare il lato umano e debole di una madre, i suoi disagi, i sensi di colpa e i conflitti con sé stessa e con il figlio.

Photo: courtesy of Koch Media
Photo: courtesy of Koch Media

L’elemento più dirompente è sicuramente l’esplorazione della forza dell’amore viscerale, l’elaborazione del dolore e la presa di coscienza del ruolo che la paura ha nelle nostre vite. Ciò che colpisce è come l’opera riesca a mescolare i generi. Carica lo spettatore di tensione e inquietudine dopo di che si svela per quello che è: un’intensa e drammatica storia ancorata al reale molto più di quanto si voglia ammettere.

L’autrice dimostra un’attenzione e un’audacia fuori dal comune che giustifica ogni premio e menzione ricevuta. La fotografia è magnifica e funzionale. La protagonista è da applausi. Girato in poco più di una stanza, con effetti minimal, BABADOOK fa riflettere e anima la conversazione. Impossibile quindi non consigliare a tutti la visione. I cultori di film drammatici andranno in visibilio e i curiosi potranno infine percorrere le vie dell’orrore uscendone trionfanti. Solo i puristi, dipendenti dalle scene raggelanti, potrebbero rimanere delusi ma… c’est la vie!

Vissia Menza

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