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CINQUANTA SBAVATURE DI NERO, la recensione

Cinquanta Sbavature di Nero

Il caso editoriale e cinematografico Cinquanta sfumature di Grigio, che ha fatto discutere per le tematiche e le pratiche erotiche raccontate, non poteva non diventare oggetto e soggetto di una commedia dai risvolti farseschi.
Christian Black (Marlon Wayans) è un imprenditore di colore arricchitosi nel mercato della droga e compiendo piccoli furti. Hannah Steele (Kali Hawk) è una studentessa universitaria che vive facendo la commessa in un negozio di ferramenta. I due si incontrano e iniziano una relazione amorosa ma soprattutto ‘sessuale’.

Il fattore ‘novità’ non rappresenta certo una peculiarità per un film che vive di una comicità datata e atrofizzata, che sfocia in un paradigma più incline al becero che al parodistico e non riesce a coinvolgere il pubblico che si sente estraneo e quasi respinto dal racconto. Se il genere demenziale utilizza l’esasperazione degli stereotipi e l’approccio del politicamente scorretto come forme per dissacrare la contemporaneità e la realtà sociale, in Cinquanta Sbavature di Nero la dimensione umoristica perde il suo fine e rimane ‘sospesa’ senza riuscire a portare a termine il suo obiettivo.

Cinquanta Sbavature di Nero - Photo: courtesy of Notorious Pictures
Photo: courtesy of Notorious Pictures

Dal punto di vista narrativo, il film ricalca fedelmente l’originale, con l’aggiunta di qualche breve accenno ad alcune pellicole come Magic Mike, Whiplash e Nymphomaniac, manifestando però una certa incapacità a sostenere un’idea che, potenzialmente, poteva essere sviluppata in maniera completamente differente. La scelta di portare in scena la stessa identica trama di un lungometraggio che, in gran parte, è già parodia di sé stesso, è stato un rischio intrapreso con troppa leggerezza. Così Christian Black diventa l’emblema di un amante incapace con inclinazioni sadomaso al limite del ridicolo e cresciuto in una famiglia razzista e atipica, mentre il rapporto tra Christian e Hannah che si consuma nella stanza dei giochi (non quella dei videogiochi e delle consolle, ma l’altra) perde qualsiasi velleità scandalosa o sarcastica contrapponendosi al declino di questo genere cinematografico.

Il regista Mike Tiddes (Ghost Movie) fa affidamento a toni volgari, nudità gratuita, strane perversioni fino a giocarsi la carta del razzismo e del sessismo (anche se in misura decisamente minore rispetto al suo predecessore ‘serio’) per tentare di innescare le risate, con scarsi, e quasi inesistenti, risultati. Dozzinale.

Michela Vasini
Recensione pubblicata anche su CineAvatar.it

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