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HARVEY KEITEL: la ricerca dell’autenticità

La Conversation di domenica 7 agosto con l’attore Harvey Keitel.

Harvey Keitel alla conversation con il pubblico - Foto di Andrea Bauce
Harvey Keitel alla Conversation con il pubblico – Foto © Andrea Bauce

Alla domanda su quali siano stati il migliore e il peggiore tra i registi con cui ha lavorato nella sua ricchissima e lunga carriera, Harvey Keitel risponde “Vuoi che gli altri mi uccidano?”.

I numerosissimi presenti alla conversazione scoppiano a ridere, davanti ad una delle risposte da break point del leggendario attore di Brooklyn.
“In realtà ho amato e supportato ogni progetto che fosse dotato di autenticità. È un valore fondamentale, c’è un grande desiderio di autenticità. Cercare l’autenticità in tutte le cose, questo è un grande modo di vivere la vita”.
Non si sbilancia Keitel, ma è evidente che una rilevante porzione del suo cuore è riservata a Martin Scorsese; quello col regista italoamericano è un rapporto professionale e di amicizia che dura da quasi cinquant’anni, dal provino per Chi Sta Bussando Alla Mia Porta? (1967) “in un posto che sembrava una vecchia stazione di polizia, con luci soffuse, una scrivania e un’accoglienza rude per spingere gli inconsapevoli attori ad una sorta di improvvisazione recitativa”.

La passione con cui Keitel racconta gli inizi “caserecci” della collaborazione con Scorsese non ha prezzo, così come scoprire che “ai tempi Marty studiava ancora cinema, io facevo qualche lavoretto. Eravamo entrambi senza soldi, così giravamo nell’appartamento di Little Italy in cui lui viveva coi genitori. A volte, suo padre tornava dal lavoro e ci sorprendeva durante scene strambe, anche esplicite. Rimaneva basito, ma poi si faceva da parte e ci lasciava terminare”.
Un accenno anche al prossimo film di Scorsese, Silence (nel cast, Liam Neeson, Andrew Garfield e Adam Driver): “è l’adattamento di un romanzo giapponese, sarà una grande storia di Cristianità”.

Non solo “Marty”, però: Keitel porta con sé la fama di artista spesso pronto a sposare la causa di registi emergenti, a volte poco conosciuti e alla loro opera prima. “Beh, anch’io sono nato sconosciuto”, ecco il set point.
Impossibile omettere Quentin Tarantino, considerando il ruolo cruciale dell’attore nella realizzazione de Le Iene e i due iconici “Signori” (White e Wolf) interpretati su grande schermo per il re del pulp. “Ricevetti il copione de Le Iene da una collega, non direttamente da Quentin. Fino ad allora lui non aveva girato nulla, ma quello che aveva scritto era incredibilmente brillante e insolito, fuori dall’ordinario. Fu una vera e propria rivelazione. Ricordo che andai a trovarlo a casa sua, sbagliava a pronunciare il mio cognome e aveva il frigo più vuoto che avessi visto.”

Il film che tocca le corde migliori del cuore di Keitel è però un altro, vale a dire Il Cattivo Tenente (1992). Il capolavoro di Abel Ferrara (che gli ha consegnato il Lifetime Achievement Award sul palco di Locarno il giorno prima) “è quello che considero il mio primo accesso al cinema indipendente. Quando lessi per la prima volta lo script, era composto da solamente 23 pagine. Lo trovai orribile e lo lanciai nel cestino senza neanche arrivare alla fine, poi mi sentii un po’ in colpa e lo recuperai. A farmi cambiare idea fu quell’iconica scena della suora, mi fece letteralmente illuminare”.
Keitel ricorda che inizialmente non era entusiasta del proprio personaggio, ma quella figura femminile, delineata dalla sceneggiatrice Zoë Lund (morta tragicamente nel 1999 e ricordata nell’occasione), fu decisiva per immergersi nel progetto.
“Oggi”, dice con grande trasporto “mi commuovo quando ricevo apprezzamenti per quel film, sono entusiasta che sia amato e viva ancora. Fu un caso unico, una pellicola di cui a volte non riesco neanche a parlare, da quanto è andata oltre, al di là di me. Spero davvero di lavorare ancora con Abel”.

Poi invita a superare le distinzioni tra cinema indipendente e Hollywood (“non aspettate Hollywood, Hollywood troverà voi! Con le vostre idee e i vostri copioni, potete ridefinire Hollywood!”) e geografiche (“Il grande cinema è possibile ovunque!”).
Ma si sofferma sul suo stretto rapporto col cinema europeo, la “pelle d’oca” per la collaborazione con il regista transalpino Bertrand Tavernier in La Morte In Diretta (1980), la devozione per la scena italiana e francese: “il cinema di queste due nazioni ha fatto nascere tutto, l’Italia ha lasciato un’eredità cinematografica incredibile”.

Harvey Keitel cita Fellini, De Sica, Scola, la Wertmüller, Argento (presente nella giuria del Festival), Sorrentino (con cui ha lavorato nel recente Youth), poi torna alla sua gioventù, a quel cinema che gli ha aperto cuore ed occhi: “un film su tutti? Limelight di Chaplin. L’ho scoperto andando al cinema a Brooklyn, è lì che mi sono formato. I miei miti d’infanzia? Brando, Dean e Cassavetes”.
La vita e il cinema secondo Harvey, nell’intimo, sincero ed accorato racconto di Locarno, hanno in serbo un’ultima delicata pagina: a chi gli chiede quale sia stata l’attrice più bella nella sua carriera, Keitel sorride e dice: “In realtà la incontrai scappando da un set verso un ospedale. Era mia figlia, appena nata: è lei la più bella”. Match point.

Luca Zanovello

Harvey Keitel firma gli autografi a Locarno 2016 Foto di Tosi Photograpy
Harvey Keitel firma gli autografi a Locarno 2016 – Foto © Tosi Photograpy

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