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SONG TO SONG: Malick, dobbiamo parlare…

La recensione in anteprima di Song to Song, il nuovo film di Terrence Malick al cinema dal 10 maggio 2017. 

Il poster italiano del film Song to Song
Il poster italiano del film Song to Song

Le facce della platea al termine di Song to Song, nono lungo di Terrence Malick, sono stravolte come quelle dei passeggeri dell’intercity Milano-Lecce dopo 14 ore di viaggio.
Se si tratti dei postumi della catarsi o dello strazio, non è dato saperlo.
O meglio, come spesso accade coi lavori dell’acclamato regista cresciuto in Texas, il cine-mondo si dividerà (abbastanza equamente) fra chi griderà al nuovo capolavoro e chi brandirà l’accetta.
Perché Malick porta con sé contenuti, forme, ritmi ed estetiche che non si prestano mai al 6 politico, ma pellicole che rischiano di diventare per alcuni esperienze travolgenti (per occhi e cuore) o irritanti esercizi di stile e di parola, cloni contemplativi di una formula poetica artificiosa e pure un po’ presuntuosa.

Song To Song, peraltro, giunge in un momento delicatissimo, dopo i criticatissimi To The Wonder e Knight Of Cups, e così prova a cercare garanzie (perlomeno pubblicitarie) in un cast altisonante ed una sfilata di reali artisti per raccontare le intersecate odissee dramorose – sullo sfondo dell’industria musicale – dei suoi protagonisti.
Ci sono il candido cantautore Bv (Ryan Gosling), l’insicura Faye (Rooney Mara) e l’innamorata Rhonda alla corte, o meglio dire mercé, di Cook (Michael Fassbender, che ruba la scena), orco ricco e potente dello show-business musicale. Lui è il sole di un sistema di pianeti incompiuti e scoraggiati, fagocitati fino all’autodistruzione da amore, passione e ambizione.

Rooney Mara, Michael Fassbender e Ryan Gosling nel film Song to Song - Photo: courtesy of Lucky Red
Rooney Mara, Michael Fassbender e Ryan Gosling nel film Song to Song – Photo: courtesy of Lucky Red

La lunga e accidentata parabola di frustrazione dei sogni, siano essi declinati sentimentalmente o lavorativamente, ha il suo fuoco nel personaggio della scialba Mara ed è giusto così, perché non c’è migliore emblema dell’esito malformato del film.
Malick le affida la principale teorizzazione (manco a dirlo, con abuso di voice over) di temi gettonati e un po’ raffermi come il sogno artistico, gli errori passionali, i tradimenti a tutto tondo e lo scontro inevitabile con la lezioncina “purezza e successo non sono mai andati d’accordo”.
Glielo spiega anche la magnetica Patti Smith, che con molti colleghi – c’è anche il caro Iggy (Pop) – si innesta nel racconto con parole, suoni ed aura. Il che è bene ma, francamente, sembra solo un astuto diversivo adottato dal regista per tenere su la traballante baracca.

Al di là di una cura tecnica maniacale che neppure andrebbe messa in discussione, Song to Song certifica il momento non ispirato di Malick, anche e soprattutto quando gioca con gli elementi che lo hanno condotto alla beatificazione e che qui sembrano più una caricatura-tributo di qualche giovane autore “scimmiottante”.
La scrittura del film è dispersiva quando conta, zoppa quando accelera, tempestata di vicoli ciechi, scorci posticci (la lesbo-story su tutti) e tempistiche mal gestite; il finale, incerottato, si esprime per sentenze che sembrano outtakes dei Baci Perugina.

Alla conclusione del lungo cammino, tanto l’analisi di sentimento che quella di musica e speranze restano lì, aleggianti e inebetite, reclamando una degna chiusura del cerchio che però non arriva mai.
Ad arrivare è invece la sensazione che Song to Song sia un bolide guidato da un pilota che non ha più i giusti e giovani riflessi di un tempo e dunque si schianta malamente. Una brutta copia del Malick che, piaccia o meno, fu fino a qualche film fa.
Altrimenti, nella fiera dell’apprezzamento a scatola chiusa e del nome “bona fide”, il rischio è quello di fuorviare. A meno che, per farsi strappare il cuore, non basti una fiera disordinata di belle inquadrature, luci e motti da santoni.

Voto: 4,5/10

Luca Zanovello

 

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