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Laissez Bronzer Les Cadavres: il duo Cattet/ Forzani infuoca Locarno

Recensione di Laissez Bronzer Les Cadavres, il film del duo Cattet/ Forzani in anteprima in Piazza Grande a Locarno70.

Laissez Bronzer Les Cadavres - Ph: courtesy of Locarno Festival
Laissez Bronzer Les Cadavres – Ph: courtesy of Locarno Festival

C’è un eremo sul Mediterraneo dove si è annidata una banda di perversi malviventi. Lì, stanno pianificando con cura la rapina ad un furgone blindato che passerà per le tortuose e sperdute stradine circostanti.
Dall’alto di una rocca a strapiombo sul mare, afflitta da un sole sahariano, comincia un carnevale di spari: la rapina diventa carneficina, Rhino e i suoi scagnozzi tornano in cima alla montagna con i lingotti d’oro e un mandato di cattura.
Sulla strada del ritorno, l’incontro fortuito con due giovani donne ed una bambina costringe però gli assassini ad una sgradita esposizione. Gli estranei attirano nel covo dei criminali sospetti, pulsioni, alleanze e, ancora peggio, la polizia.
Nel labirintico covo, ornato di ninnoli ossei, carni avariate e luridi figuri, va in scena una delle mattanze più eleganti e visionarie del cinema degli anni dieci.

Laissez Bronzer Les Cadavres è l’atteso ritorno dei registi Hélène Cattet e Bruno Forzani, a quattro anni di distanza dalle allucinazioni sofisticate di Lacrime Di Sangue. Il duo francese adatta l’omonimo romanzo noir di Jean-Pierre Bastid et Jean-Patrick Manchette del 1971, declinando il film (come nei precedenti lavori) proprio secondo i dettami, le ispirazioni e le suggestioni di quell’epoca.
I coniugi Cattet-Forzani avevano infatti già manifestato un amore letteralmente viscerale per il cinema di genere dei primi settanta, in particolar modo per l’estetica dei grandi Maestri italiani ed il triumvirato Bava-Fulci-Argento.
Qui la manovra di rielaborazione/revival diventa ancora più corposa, affiancata da una maggiore ricerca contenutistica, una trama meno evanescente di Lacrime Di Sangue ed Amer, influenze più eterogenee e ben amalgamate.

Laissez Bronzer Les Cadavres - Ph: courtesy of Locarno Festival
Laissez Bronzer Les Cadavres – Ph: courtesy of Locarno Festival

L’esito parallelo della maturazione dei registi conduce ad un film meraviglioso, tremendamente divertente ed irrimediabilmente psicotico: definire Laissez Bronzer Les Cadavres, destinato a dividere tra il partito occhi-a-cuore e quello sbuffo-ed-abbandono, è complicato, ma ci proviamo.
Una contorta e perversa partita a nascondino, di bambinoni armati fino ai denti che si divertono da morire e forse si divertono anche a morire, uno spaghetti-western postmoderno (con musiche di Morricone riciclate ad hoc) venato di pulp pre Tarantino, di cui però l’immagine sacra ritorna, perché anche qui siamo alle prese con le derive umane conseguenti ad una rapina andata a rotoli.

I riferimenti – o omaggi, o sfacciate citazioni – sono innumerevoli; come non citare per esempio le oniriche sequenze desertificate alla Jesús Franco o il feticismo necrofilo delle famiglie redneck di Hooper e Craven?
Al netto del mosaico di tributi, peraltro mirabilmente aggregato, sarebbe ingeneroso fermarsi qui: Laissez Bronzer Les Cadavres ci mette tanto di suo per farsi adorare, da una regia schizoide che farà impazzire i cultori del cinema strambo a un montaggio scorrevolmente pop, arrivando ad un lercissimo, fenomenale cast (Barbé e la Löwensohn erano già insieme nel cult Sombre).
E tanta, tanta violenza d’autore, esplicita ma mai volgare, ricercata ma che affonda le mani nelle budella.

La risoluzione “thriller” del gioco di guardie e ladri è solo per la cronaca, il gustoso percorso di decomposizione di tutto quello che c’è sullo schermo non frena mai.
Raramente un film, di questi tempi, ha saputo conciliare divertimento, confezione e perversione con la naturalezza e le vivide immagini di Laissez Bronzer Les Cadavres; su tutte campeggia la vomitevole carcassa di maiale che oscilla appesa nella dimora criminale, che marcisce tra incuria e mosche, parallelamente ai corpi e alle anime dei protagonisti.
Quello che resta è la bellissima sensazione di un film estremo, che schifa e stizzisce quelli in smoking, ma fa impazzire noi.

Luca Zanovello

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