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BLADE RUNNER 2049: Ho visto cose che voi umani potreste immaginare

La recensione di Blade Runner 2049, il sequel del film-culto del 1982, al cinema dal 5 ottobre 2017.

il poster italiano del film BLADE RUNNER 2049
il poster italiano del film BLADE RUNNER 2049

NdR: questa recensione contiene tracce di nostalgia e non è adatta ad un pubblico proiettato verso il futuro.

Replicare i replicanti più famosi del cinema. Rielaborare ed estendere nel tempo e nello spazio uno degli universi più affascinanti, avveniristici ed esistenzialisti della storia cine-letteraria. Essere o non essere degni di farlo. Rispettare le sconfinate attese o fregarsene e pensare all’hic et nunc di un’epoca, una tecnica ed un’estetica differenti.

Anno 2049, Los Angeles: una nuova generazione di replicanti caccia e disinnesca quelli obsoleti, sotto il controllo tecnologico della potente industria Wallace (che succedette alla Tyrell Corporation) e di una polizia obbligata a gestire il sempre più complicato ed avvelenato rapporto tra esseri umani ed esseri robotici.
In apertura, il nichilista agente K (Ryan Gosling) fa visita, in una disattivazione di routine, all’esistenzialista replicante Morton (Dave Bautista). Dall’imprevisto ad una miracolosa e rivoluzionaria scoperta, rinvenuta 30 metri sottoterra. E il futuro promette di cambiare ancora e una volta per tutte.

Mi hanno insegnato da piccolo che noblesse oblige; che status, lignaggio e parentele di livello elevato comportano non solo agevolazioni e bei salotti, ma anche precisi ed ineludibili doveri. Come quello di presentarsi alle cene in smoking, e non con la maglietta di Batman, di non scaccolarsi o sganciare il bottone dei pantaloni a pancia piena.
Che, tradotto in cinemese, significa che nel momento in cui dai un seguito a Blade Runner, confezionare un buon film non basta. Invece un buon film, solido ed elegante, è quello che Blade Runner 2049 sceglie di (o riesce a) essere.

Una scena di Blade Runner 2049 - Photo: courtesy of Warner Bros. Italia
Una scena di Blade Runner 2049 – Photo: courtesy of Warner Bros. Italia

Sviluppato dal copione di Hampton Fancher (già sceneggiatore nel 1982) e Michael Green (Logan, Alien: Covenant) secondo i dettami della poetica da ragioniere di Denis Villeneuve, gente che nonostante la consacrazione già archiviata avrà sicuramente avuto le gambe un po’ tremanti il primo giorno di riprese, e meno libertà mentale e d’azione di quella che probabilmente avrebbero desiderato.

La congiunzione del trio sforna un film perfetto per gli occhi, a tratti per la testa, quasi mai per il cuore. Perché? A Blade Runner 2049 riesce tutto sul versante tecnico e visivo, dove l’algore e la precisione chirurgica pagano: la Los Angeles tra trentadue anni è una stupenda diapositiva di oscurità al neon, i panorami – siano essi desolati o affollati – parlano ancora di un avvenire di affinata e consolatoria tecnologia che prova a colmare lo spaesamento umano e umanoide.

Le musiche di Benjamin Wallfisch e Hans Zimmer valgono l’acquisto del vinile e qualche scena verrà linkata da Youtube dai geek per qualche lustro a venire, Gosling regge un film Gosling-centrico e qualche spalla (Ana De Armas e Sylvia Hoeks) sopravvive all’impatto.

Una scena di Blade Runner 2049 - Photo: courtesy of Warner Bros. Italia
Una scena di Blade Runner 2049 – Photo: courtesy of Warner Bros. Italia

Eppure non sono convinto che questo basti, al seguito di Blade Runner, per onorare il suo inestimabile albero genealogico.
Manca qualcosa di viscerale, qualche abisso in cui perdere o ritrovare guizzi di distopico esistenzialismo, mancano l’amore e la disperazione, c’è il nero ma non il noir.

Eccesso di esigenza e nostalgia? Può darsi, ma un antagonista fiacco e stereotipato come Wallace (Jared Leto), cattivone di un James Bond a caso, proprio non ce lo meritavamo.

Uno sguardo stalattitico, con occhi azzurri disperati, in cima ad un palazzo non lo avremo mai, ma ci tocca inventarci qualcosa. Oppure, considerando anche alcuni illustri recenti rilanci (Star Wars ep. 7, Trainspotting 2), ci auto imprigioneremo nel braccio del “chi s’accontenta gode” e nel loop della priorità intrattenitrice; non a caso le 2 ore e 40 di Villeneuve volano veloci. Ma dopo 24 ore, qui, sono già andate perdute…

Voto: 6,5/10

Luca Zanovello

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