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Film Qualcosa nell’aria: molti ricordi, un po’ di nostalgia, grandi speranze

Ci risiamo, anche oggi torniamo indietro e per la precisione all’epoca del ‘68. Questa volta ci rechiamo in Francia e facciamo un passettino avanti, nessuna occupazione o rivendicazione del fatidico anno, bensì partiamo direttamente dalla manifestazione che si tenne a Parigi nel febbraio 1971. Violenza, voglia di osare, giovani anzi giovanissimi che si sentivano in dovere di contribuire alla causa cercando di rafforzare il movimento liceale e soprattutto che credevano nell’anarchia come forma di libertà dell’uomo e unico mezzo per fare e pensare, insomma per vivere a pieno la propria esistenza.

Il film è un viaggio durante il quale un gruppo di ragazzi cresce e si rende conto di quello che vuole e (soprattutto) può fare. E in questo contesto incontriamo e conosciamo il protagonista, Gilles, che da Parigi andrà verso sud sino a raggiungere l’Italia al seguito di compagni e amici che credevano in una causa ben più di lui. Perché la sensazione è proprio questa: il ragazzo subisce il fascino dell’arte, della musica, delle donne e poi del branco e dell’impegno sociale, così segue un’onda che solo parzialmente gli appartiene. Il percorso del giovane, infatti, lo porterà dentro e fuori casa, gli farà mettere in dubbio le priorità, lo farà riavvicinare ad una vita coscienziosa e borghese per poi rifuggirla.

Intrigante la prospettiva adolescenziale che ben espone la voglia di cambiare il mondo dei giovani (soprattutto di quel periodo) e la loro predisposizione a subire il fascino di qualsiasi forza. Il film però a tratti annoia: un po’ perché le pellicole dietro le quali si celano rimpianti autobiografici o nostalgie di gioventù tendono a stancare; e un po’ perché noi siamo solo nati negli anni ’70 e al massimo abbiamo sentito i racconti di genitori che dipingevano quel periodo con tinte ben più pacate. Voglia di vivere, corse verso la libertà, tanta musica e fumo si, tutto il resto invece è avvolto da un velo di mistero, quindi sorge il dubbio che sogno e realtà si siano mescolati nelle menti dei narratori.

Audace la scelta di prendere un manipolo di esordienti, nati negli anni 90 (!) e far loro indossare pantaloni a zampa e cantare slogan contro la polizia. Chissà che idea pittoresca si saranno fatti dell’epoca! Nel cast ritroviamo una vecchia conoscenza, la Lola Créton protagonista di Un amore di gioventù visto in quel di Locarno 2011, che qui è una delle donne che seduce in nostro aspirante artista. Lola è cresciuta, ma ha ancora della strada da percorrere, espressività e fragilità non ci convincono ancora del tutto al contrario di Clément Metayer (il nostro Gilles) che parte davvero alla grande.

La luce è spesso diffusa, i toni prediletti sono pastello, c’è molto fumo, ma tutto sommato si vede meno droga del previsto. Il ritmo è lentuccio, le scene sono lunghe, i suoni sovrastano e troppi sono gli sguardi, peraltro molto è lo smarrimento negli occhi dei ragazzi (che non sappiamo dire se sia spontaneo o indotto), e il coinvolgimento della sala è ondivago. La sensazione è che sia un’opera volontariamente sbiadita e molto intellettuale, attenta al consenso dei frequentatori di festival, quindi inadatta al grande pubblico in cerca di svago.

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