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A PERFECT DAY in un mondo imperfetto

Photo: courtesy of Lombardiaspettacolo.com
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Ci sono molti modi di raccontare una storia soprattutto se sullo sfondo c’è un conflitto. Tante sono le scelte da compiere: il registro, la prospettiva, la miriade di grandi e piccoli dettagli. Se si vuole un dramma, si devono evitare gli scivoloni verso il grottesco o verso la leggerezza che sfiora l’evanescente. Anche l’horror è bandito, si parla di guerra e il cattivo gusto sarebbe in agguato. Va da sé che il melodramma sia sconsigliato. E decidere, in un contesto straziante, di stimolare la risata, equivale ad avventurarsi in un terreno minato, appendendo ad un sottile filo la propria carriera.

Il regista Fernando León de Aranoa affida il suo futuro proprio ad un filo, anzi ad una corda, di quelle belle robuste che spesso si usano nei cantieri. Ci porta indietro nel tempo quanto basta per rispolverare una guerra molto vicina a noi, quella dei Balcani. E siccome ama osare, non ci spiattella le atrocità del conflitto, abusando di tocchi splatter, né ci ammorba con un film-mattone, ma confeziona un on the road, avventuroso, tanto drammatico quanto divertente, ritmato da una colonna sonora strepitosa, con un cast in stato di grazia.

Signore e signori oggi parliamo di A PERFECT DAY: una pellicola incredibile, tra le migliori degli ultimi tempi.

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Siamo negli anni ’90 e siamo in un luogo imprecisato dei Balcani al seguito di un gruppo di operatori umanitari: Mambrù, B, Sophie e Damir (a cui si aggiungeranno Katya e il piccolo Nikola). La giornata inizia con un cadavere gettato in un pozzo per avvelenare l’acqua di un villaggio. L’uomo, o quello che ne rimane, deve essere rimosso al più presto per procedere alla decontaminazione prima che sia troppo tardi. Le cose si complicano quando, a causa della stazza del defunto, la fune si rompe. Inizia così una corsa contro il tempo alla ricerca di una corda idonea. L’eterogeneo manipolo d’impavidi si ritroverà ad attraversare un territorio minato e disastrato, popolato da gente stremata e/o facilmente suscettibile, e gremito da troppe presenze straniere che mal comunicano tra loro e che si affidano a protocolli in cui il buon senso spesso latita.

Il film del regista spagnolo, al posto imboccare il sentiero della lacrima facile o del senso di colpa, sceglie quello più impervio del sorriso e vince su tutta la linea. Il risultato è a dir poco sorprendente. Ci fa ridere, ci fa sospirare, ci fa riflettere, ci fa venire il groppone alla gola. Ci intrattiene con un ritmo rock degno del miglior Blockbuster, ma non ci risparmia nulla: senza eccessi, con delicatezza e attenzione la guerra è sempre li che ci fissa. Le inquadrature sono di quelle che ti fanno intravedere, ti rendono cosciente, ma non abbandonano mai i protagonisti, tutti diversi, sgangherati, umani, imperfetti e tremendamente comici.

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Con un cast di fama internazionale – Tim Robbins, Benicio del Toro, Melanie Thierry e Olga Kurylenko – che dà il meglio di sè; con una fotografia satura al punto di illuderci di poter toccare tutto e tutti, semplicemente allungando un braccio; e grazie a una sceneggiatura brillante e ricca di suspense; Fernando León de Aranoa riesce a mostrarci il lato grottesco del conflitto, l’incomunicabilità, il senso di impotenza, i piccoli strazi quotidiani, le contraddizioni degli esseri umani, con intelligenza e senza lezioni di morale. Il suo è un racconto universale, senza tempo, senza luogo, che ognuno può percepire secondo la propria sensibilità. Perché A PERFECT DAY non è il film che ti aspetti, è meglio, molto meglio: è un piccolo gioiello.

L’opera è in questi giorni a Milano all’interno della rassegna LE VIE DEL CINEMA: CANNES E DINTORNI e il mio consiglio è di non lasciarvela scappare.

Vissia Menza

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