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Recensione del film ALONE IN BERLIN di Vincent Perez

Brendan Gleeson e Emma Thompson in Alone in Berlin di Vincent Perez - Photo: Marcel Hartmann (c) X Filme Creative Pool
Brendan Gleeson e Emma Thompson in Alone in Berlin di Vincent Perez – Photo: Marcel Hartmann © X Filme Creative Pool

A ogni festival, prima o poi, arriva il fulmine al ciel sereno. L’opera tanto attesa, che si rivela al di sotto delle aspettative. Abbiamo fatto il giro di boa della Berlinale senza film che ci facessero gridare al capolavoro o fossero intollerabili, in compenso abbiamo da poco scovato il brutto anatroccolo: il suo titolo è Alone in Berlin di Vincent Perez.

Tratto da Ognuno Muore Solo di Hans Fallada, romanzo sulla resistenza al nazismo scritto nell’immediato dopoguerra, basato su una storia vera, divenuto un best-seller, il film segue una coppia di mezza età, i coniugi Otto e Anna Quangel che, dopo aver perso l’unico figlio in battaglia, si lancia in una crociata antiregime e inizia una determinata propaganda contro il Führer, il nazismo, la guerra e le sue follie. Pensate che, prima di essere catturati, i due signori (i cui veri nomi erano Otto e Elise Quangel) riuscirono a disseminare per tutta la città ben 285 cartoline anonime. Cartoncini sui quali scrivevano frasi atte a scuotere la coscienza dei concittadini.

Oggi sappiamo che la loro fu una missione tanto suicidaria quanto importante e Vincent Perez la porta su grande schermo avvalendosi di due grandi interpreti: Brendan Gleeson e Emma Thompson. I due riempiono lo schermo nonostante i lunghi silenzi; dimostrano una bravura superiore alla media, soprattutto nelle sequenze che provocano qualche sbadiglio; e si fanno apprezzare nonostante l’opera abbia totalizzato un numero considerevole di fughe durante la proiezione. Molto il nervosismo percepito nei corridoi. Di fatto, gli elementi che hanno irrigidito la critica sono stati due: la lingua e il ritmo.

Brendan Gleeson e Emma Thompson in Alone in Berlin di Vincent Perez - Photo: Marcel Hartmann (c) X Filme Creative Pool
Brendan Gleeson e Emma Thompson in Alone in Berlin di Vincent Perez – Photo: Marcel Hartmann © X Filme Creative Pool

Perché tradurre Alexander Platz in Alexander Square non è necessario e suona buffo; perché imporre al cast di parlare in inglese con un forte accento tedesco, ci ricorda le pellicole della nostra infanzia con un doppiaggio paradossale. La domanda condivisa è una: non era più semplice cercare attori madrelingua e utilizzare dei magnifici sottotitoli per conquistare il pubblico internazionale? E non è finita qui. La sceneggiatura gira in tondo, porta avanti, senza che accada granché, la ricerca dei ribelli, ci fa aspettare troppo a lungo l’inevitabile, e questa snervante attesa è ha spinto molti a darsi alla macchia. Ennesima dimostrazione che le migliori intenzioni, un’ottima storia e dei grandi interpreti, non siano sufficienti conquistare il cuore dell’audience.

Alone in Berlin, seppur tratto da eventi realmente accaduti, è – e rimane – un film, deve quindi seguirne le regole anche quando sceglie di scuotere una eterogenea folla che ha poca dimestichezza con gli eventi accaduti in questa città 70 anni orsono.

Vissia Menza

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