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MAN IN THE DARK: non si ruba a casa di Rambo

Recensione del film horror Man in the Dark di Fede Alvarez.

 

Il poster italiano del film Man in the Dark
Il poster italiano del film Man in the Dark

Alex (Dylan Minnette, Piccoli Brividi), Rocky (Jane Levy, Evil Dead) e Money (Daniel Zovatto, It Follows) formano una banda di ladruncoli di bassa lega, abituati a piccoli furti nelle abitazioni della sopita suburbia americana.
Sono tre ragazzi sbandati per necessità, con il sogno periferico di mollare gli aridi quartieri natii, cambiare vita, “lavoro” e andare a godersi le spiagge della California.

Ecco perché quando arriva una soffiata per il colpo più grande e – apparentemente – agevole della loro vita, non possono proprio dire di no: del resto, cosa potrebbe mai andare storto nella rapina a un “vecchio” cieco (Stephen Lang, Avatar), reduce di guerra, che vive da solo con un’enorme somma di denaro esentasse?
Le apparenze però ingannano, il tonicissimo inquilino dimostra di non essere uno sprovveduto, le luci si spengono e la situazione precipita: la home invasion secondo Fede Alvarez (suo il remake del mitologico La Casa, anno 2013) è un safari casalingo in cui la preda è inca**ata e armata fino ai denti, e il reato di eccesso di legittima difesa viene mandato per direttissima a quel paese.

Sì, la storia dei criminali che cascano nella dimora sbagliata è roba abusata nel filone (più) thriller (che) horror: senza scomodare il leggendario L’Ultima Casa a Sinistra (Wes Craven, 1972), è solo dell’anno scorso il divertente Shut In (noto anche come Invaders, per la regia di Adam Schindler), dove un’agorafobica fa passare un brutto quarto d’ora a una banda di ladri, ancor più recente l’ottimo Hush – Il Terrore Del Silenzio di Mike Flanagan, dove una scrittrice sordomuta si batteva con unghie e denti tra le mura di casa contro un killer mascherato.

Va però sottolineato che Alvarez non è esattamente l’ultimo arrivato: la maturità del 38enne regista uruguaiano, dimostrata nel non soccombere al cospetto di una sacra reliquia come Evil Dead e meritevole della rinnovata fiducia della Ghost House Pictures di Sam Raimi, ritorna infatti con prepotenza nel minimale racconto di Man in the Dark.
Che non sarà un film di paura rivoluzionario, ma nemmeno trascurabile, che trae il massimo da un budget risicato e trasforma l’oscurità dei meandri di una casa come tante in una fucina di claustrofobia e suspense. L’abitazione del vecchio veterano si rivela, infatti, un incubo labirintico di fughe, scoperte allucinanti e angusti nascondigli, esplorati con efficacia e creatività dai movimenti di macchina di Alvarez.

Il titolo originale del film, un “Don’t Breathe” molto più ficcante, ha un duplice richiamo: il gioco del silenzio, i passi felpati, gli sgattaiolamenti per evitare gli agguati dell’imprevisto predatore, ma anche l’inaspettata apnea in cui il film ci trascina inesorabilmente. Una paura realistica ma non troppo seriosa, orchestrata e studiata in modo minuzioso nonostante la singola location e pochissimi interpreti.

Nella squadra di Man in the Dark, il fuoriclasse è proprio Lang: fisicità e mimica impressionanti al servizio di un personaggio instant-cult, un guerriero non vedente, perverso, violento che parla poco (solo 13 battute) e che non muore mai. Come un Rambo nato dalla macchina da scrivere di Carpenter, insomma. In seconda fila se la cavano bene anche Minnette, ventenne in ascesa, e la Levy, già con Alvarez ne La Casa.
Quando nell’atto finale le carte del mazzo sembrano finite e l’ossigeno narrativo scarseggia, il regista si smarca con disinvoltura grazie a qualche trovata crudele e grottesca e dettagli (il cieco abita in Buena Vista Street!) all’insegna di quel black humour tanto caro al suo padrino Raimi. E a noi.

Luca Zanovello

 

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