Locarno 2020 poster

Nella consueta cornice della città di Locarno sta in questi giorni (e fino al 15 agosto) andando in scena una inconsueta edizione del film festival, rinominato significativamente “Locarno 2020”, giocoforza costretto a fare i conti con una stagione falcidiata dal Covid-19.

Non si ferma però nei dintorni di Piazza Grande la voglia di cinema e di proporre alcune sezioni classiche, come i Pardi di Domani, 43 corti e mediometraggi di registi che non hanno ancora diretto un lungometraggio, i Secret Screenings, le proiezioni “a sorpresa” curate dal direttore artistico del Locarno Film Festival Lili Hinstin, o A Journey in the Festival’s History che ripercorre venti film che hanno segnato e impreziosito la settantatrennale storia della manifestazione.

Proprio da quest’ultima selezione abbiamo scelto Charles, Morto O Vivo (Charles Mort Ou Vif), il capolavoro del maestro del cinema svizzero moderno Alain Tanner che nell’edizione del festival del 1969 si portò a casa il Pardo D’Oro, il primo fino a quel momento per la nazione elvetica (ne seguiranno altri tre).
Charles morto o vivo © Collezione Cinémathèque suisse. Tous droits réservés.

Charles morto o vivo © Collection Cinémathèque suisse. Tous droits réservés.

Nel racconto di Charles, Morto O Vivo, e nel radicale cambio di vita del suo protagonista (François Simon, figlio del leggendario attore teatrale e cinematografico Michel Simon) è racchiusa l’essenza dell’incertezza sociale di fine anni sessanta e del mondo post-industriale, con gli echi delle ribellioni sessantottine che riverberano anche nella guardinga Svizzera.

Qui Charles, proprietario di un’azienda familiare che si tramanda da generazioni, abbandona famiglia, lavoro e tabelle per vagabondare tra modesti hotel, bar di ultima categoria e sterminate campagne, fino a trovare una giovane coppia di artisti che prova a fornirgli una diametralmente opposta logica di vita.

La fuga estatica di Charles diventa un modo ironico ma essenzialmente amarissimo di riflettere sulle differenze sociali e sull’aridità della deriva industriale. Ma anche di quella intellettuale, spesso vacua, che rischia di riproporre lo svuotamento emotivo e vitale.
Charles Morto o vivo © Collezione Cinémathèque suisse. Tous droits réservés.

Charles Morto o vivo © Collection Cinémathèque suisse. Tous droits réservés.

Attraverso un incantevole bianco e nero fotografato da Renato Berta (fedele di Malle e Resnais, solo per citarne alcuni) va in scena una variante agée, e quindi ancor più disarmante e malinconica, del melvilliano Bartleby, che a un posto di lavoro saldo e remunerativo e una famiglia di precisione borghese dice “preferirei di no”.

In Charles Mort Ou Vif c’è una triste poesia propria della fine di un’epoca, precisa e storica ma al tempo stesso generalizzabile ad Europa e Stati Uniti.

La ciondolante magrezza di Simon e il suo sguardo improvvisamente vacuo sono perfetti indizi del solitario escapismo sociale di Charles, ma è fondamentale anche lo stralunato contraltare Paul (il poco conosciuto Marcel Robert), emblema emarginato e logoro, ma in qualche modo libero, di chi ha rigettato il turbolento decennio che si sta per chiudere.

Luca Zanovello

n.d.r vi ricordiamo che con un clic qui potete scoprire questa edizione del Festival.

Foto: si ringrazia l’ufficio stampa.

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