Recensione del film Metropolitan, rivisto a Locarno 2020.

Metropolitan © Westerly Films

Una scena del film Metropolitan © Westerly Films

Tra i numerosi titoli proiettati a Locarno 2020 nella rassegna “A Journey in the Festival’s History” abbiamo scelto di riguardare Metropolitan, il folgorante esordio Whit Stillman che nel 1990 si portò a casa il Pardo d’Argento.

Emerso dal Sundance Film Festival, il newyorkese Stillman porta sullo schermo le vicende di un gruppo di rampolli dell’altissima borghesia di Manhattan alle prese con l’avvicinarsi delle festività natalizie. La loro routine, tanto lussuosa quanto vacua, viene sparigliata quando l’outsider Tom (Edward Clements) riceve accoglienza nella cerchia, nonostante la sua differente estrazione.

L’intenzione di Stillman era quella di realizzare una commedia satirica in costume, ma il budget basso lo fece virare verso un progetto ambientato nella New York City contemporanea e sull’élite della gioventù cittadina, quella UHB (acronimo di urban haute bourgeosie, termine coniato dallo stesso Stillman e utilizzato per la prima volta proprio nel film) aveva conosciuto e “studiato” nei suoi anni ad Harvard.

Metropolitan © Westerly Films

Allison Parisi e Edward Clements in una scena del film Metropolitan © Westerly Films

Il risultato è un film geniale, capace tanto di mettere in croce quanto di empatizzare con i protagonisti, costretti dal lignaggio al ruolo che interpretano, alla crudeltà snob che maschera universali debolezze e terrori di ventenni.

E’ anche uno sguardo malinconico ad una microsocietà angusta e soffocante, che di lì a poco si sarebbe – almeno formalmente – estinta.

Con un’affascinante colonna sonora jazz e una Grande Mela chiusa ed introversa, Metropolitan cattura con un vivace spirito di cinema indie il fascino del mondo che racconta, ma anche il lato oscuro, facendone del protagonista Clements (esordiente, come il resto del cast) la scheggia impazzita, un’umanissima cartina tornasole, tanto sedotta dai privilegi della baby casta quanto capace di non venirne risucchiato ed omologato.

Metropolitan © Westerly Films

Una scena del film Metropolitan © Westerly Films

Anzi, sarà la scintilla che smuoverà gli altri dai rigidi piedistalli, progredendo verso il dolceamaro finale trademark della generazione Sundance.
Prima però, Stillman illumina il suo gioiellino con lunghi dialoghi pregni di realtà ed acume, dalle messe in atto di velenose strategie di sopravvivenza a personaggi realisticamente tragicomici (l’inconcludente, filosofeggiante Charlie soprattutto), passando per battibecchi a sfondo letterario, malcelati esaurimenti nervosi e il soffocamento dei segni di emotività e insicurezza: niente che non si possa ritrovare, con qualche evoluzione spazio-temporale, in una festa della Milano bene.

Nei dettagli apparentemente marginali di Metropolitan, come la forzata scelta di prendere il taxi in quanto status symbol opposto all’autobus da middle class, c’è la grandezza dell’introspezione sociale del film, impossibile da esaurire con una sola visione.

Luca Zanovello

n.d.r vi ricordiamo che potete leggere dei nostri incontri locarnesi su questa pagina, mentre per scoprire questa edizione del Festival vi rinviamo al sito ufficiale.

Foto: ufficio stampa.

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