Ma se domani... > Diario dal 23° Festival del Cinema Africano d’Asia e America Latina di Milano


Milano 4-10 maggio 2013 la città si colora e si sente profumo di festa: il festival del cinema dei tre continenti (Africa, Asia e America Latina) ha aperto i battenti e in poco più di 24 ore il suo ritmo è già ovunque e noi non potevamo farcelo scappare, quindi eccoci qui a raccontarvi giorno per giorno la nostra esplorazione delle sale cinematografiche coinvolte e degli eventi allestiti per l’occasione, con la grande novità che le penne, questa volta, saranno più di una!

Quindi, non perdiamo altro tempo e partiamo con il nostro racconto, ricordandovi che cliccando sulle parole ed i titoli in evidenza verrete reindirizzati al post dedicato al film/ evento/ etc. 🙂

Il nostro primo scritto con qualche consiglio e alcune informazioni pratiche per sopravvivere alle prime ore, sempre piuttosto confuse e esplorative, lo trovate qui, mentre la recensione di Infancia Clandestina, il felice esordio alla regia di Benjamin Avila, presentato a Milano fuori concorso è qui. Anteprima che si può dire sia stata un vero evento posto che dopo due anni in cui il film è stato presentato in molti festival (tra cui Toronto e Cannes 2012) infine è approdato nel nostro paese, in esclusiva per il festival in questi giorni e dal prossimo mese di giugno nelle sale di tutta la penisola. 

Il  DIARIO della nostra impavida inviata M.P. inizia, invece, qui:

Domenica 5 maggio

Passata la prima giornata, con l’inaugurazione del Festival e del Festival Center, oggi si comincia con i film. Il primo a cui ho assistito è un pezzo da ’90 nella categoria CONCORSO DOCUMENTARI/FINESTRE SUL MONDO: si tratta di DÉGAGE del tunisino Mohamed Zran. Il titolo significa quasi ironicamente SGOMBRA. E’ infatti la cronaca di quella serie di moti popolari che ha dato il via alle rivoluzioni tristemente cruente delle popolazioni dei paesi del Nord Africa, iniziate per liberarsi dei propri tiranni nel 2011 e tutt’ora in corso. L’approfondimento a questo link

PARFUMS D’ALGER dell’algerino Rachid Benhadji è sorprendentemente interpretato dalla nostra Monica Guerritore, in vero stato di grazia nei panni dell’algerina Karima, da più di 20 anni in Francia, che nel 1998 torna a casa perché il fratello è stato arrestato. Si scontrerà con una realtà per lei ai limiti dell’incomprensibile. Fondamentale l’autorevole fotografia di Vittorio Storaro – un film molto bello, oltre che un gran bel film. Qualche riga in più qui

MON ENFANT – di Meriem Amari, Algeria/Francia, 2012, 6′ – ritrae con piglio grottesco le riflessioni di una madre che, contro lo stereotipo della donna araba sottomesso, è stufa e arcistufa di fare la serva a nuore viziate e figli ingrati. E medita vendetta… 

In JE SUIS MALIEN – di Sumaïla Diallo, Mali/Senegal/Francia, 2012, 23′ – un gruppo di studenti discute del futuro del paese che ha appena subito il terzo colpo di Stato, dei Tuareg che si sono impadroniti del nord a scapito di altri gruppi, da sempre preminenti al sud. Ma loro, che vengono da ogni parte del paese, rifiutano di essere incasellati etnicamente: ognuno di loro sostiene orgogliosamente “Io sono Maliano”.

CRONIQUES D’UNE COUR DE RÉCRÉ (Cronache di un cortile) è ispirato ai ricordi del regista di origine marocchina Brahim Fritha, nato e cresciuto alla periferia di Parigi, e alla sua infanzia vissuta in un appartamento situato all’interno della fabbrica di cui il padre era custode e tuttofare. Cliccando qui qualche riga in più.

Lunedì 6 maggio

MISEDUCATION – di Nadine Cloete, Sudafrica, 2012, 5′ – è girato con la macchina da presa ad un metro e 30 dal suolo, cioè all’altezza degli occhi di una bambina di 11 anni. Ogni giorno deve attraversare un quartiere ghetto di Cape Town per andare a scuola. Racconta con semplicità di sapere quello che è successo a molte ragazze, stringe con le due mani il golfino sul seno ancora impubere, e ha paura. Da spezzare il cuore.

In PAPER BOAT – di Helmy Nouh, Egitto, 2012, 17′ – le barchette di carta del titolo sono quelle che confeziona e lascia ovunque un giovane del Cairo. Sta in casa tutto il giorno ma esce volentieri la notte, perché “la notte è meno ostile del giorno”. Durante uno dei suoi vagabondaggi incontra una ragazza, una giovane professionista che si sta godendo una birra e una sigaretta in santa pace dopo una lunga giornata di lavoro. Passeggiano e conversano sulla situazione attuale dell’Egitto, per lei è una novità stare così di notte, a parlare con naturalezza con uno sconosciuto. Forse qualcosa sta davvero cambiando. Tema interessante, bellissima fotografia, peccato duri solo 17 minuti.

L’egiziano COMING FORTH BY DAY (Giorno per giorno) è la storia, francamente molto deprimente, di una ragazza del Cairo che accudisce quotidianamente il padre, completamente invalido dopo un ictus. E siccome la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo, per una volta che si prende qualche ora di libertà tutto va storto.

Aggiornamento: ha vinto il Premio Vodafone per il Miglior Lungometraggio Africano. Decisamente non sono d’accordo, la ragione la spiego qui.

IL DEBITO DEL MARE – di Adil Tanani, Marocco/Italia, 2012, 15′ – racconta lo strazio di Redouane: voleva immigrare in Italia insieme al fratello, ma c’era denaro per un solo passaggio sul barcone. La loro è una stirpe di domatori di cavalli, e lui non ha esitato a vendere, per farlo contento, il suo animale più prezioso. Durante la traversata il fratello è annegato e Redouane, rimpatriato, non riesce a farsene una ragione, ha un debito troppo grande per qualsiasi uomo.

7 CAJAS (7 casse) è il sorprendente esordio alla regia di due giovani paraguayani. Recitato in un misto di spagnolo e guaranì (la lingua degli indios locali) che è il vivace dialetto degli abitanti di Asunciòn, è sarcastico, frenetico e coloratissimo. Ambientato negli enormi mercati generali della città, sede di commerci più o meno leciti di giorno, immaginiamoci di notte, è un divertito e divertente mix fra Lina Wertmüller e Quentin Tarantino. Il nostro approfondimento è qui

Aggiornamento: ha vinto il Premio “Città di Milano” del Comune di Milano al lungometraggio più votato dal pubblico.

Martedì 7 maggio

In mezzo a documentari, film di nicchia e opere prime esplode oggi il blockbuster cinese LOST IN THAILAND, il film comico che ha sbancato i botteghini in tutta l’Asia e in Cina ha incassato più di AVATAR. Un buddy-movie strampalato, frenetico ma non così divertente, il perchè in questo post

Il corto FELA-SIDY – scritto, diretto e interpretato da Damala Adelaja, Nigeria, 2012, 8′ – mostra un giovane uomo ricco e completamente europeizzato (nella casa, negli abiti, nelle letture, nel gioco del golf) chiuso per giorni nella suo lussuosa villa durante i violenti scioperi e le cruente manifestazioni che hanno infiammato la Nigeria negli ultimi anni. Le notizie che gli arrivano da stampa e tv sembrano non toccarlo. Sarà un disco di Fela Kuti, pioniere dell’afrobeat e fiero sostenitore della cultura africana, a svegliarlo dalla sua indifferenza, a ricordargli la sua appartenenza al popolo nigeriano. Se non conoscete Fela Kuti ascoltatelo – e guardatelo – qui

Aggiornamento: ha vinto il Concorso Cortometraggi Africani.

Il siriano ROUND TRIP (Andata e ritorno) racconta di due fidanzati di Damasco che decidono di andare in treno a trovare un’amica a Teheran: niente di meglio di un lungo viaggio in vagone letto, per godersi un po’ di intimità. Invece rischiano di incrinare seriamente la loro relazione. A questo link la recensione.

Di solito non mi dilungo più di tanto sui cortometraggi, ma THE LONG WAY DOWN (La lunga discesa) una vera recensione se la merita [continua qui]

Aggiornamento: ha vinto il Premio della Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla Multietnicità)  al miglior cortometraggio del festival con valore pedagogico.

Mercoledì 8 maggio

Può un documentario di 5 minuti sui migranti essere una vera opera d’arte visiva? La risposta è “Sicuramente sì” nel caso di MÉDUSES di {movimentomilc} (Italia, 2012).
Il viaggio dei migranti come il movimento delle meduse. Immigrazione: trasferimento permanente o temporaneo di gruppi di persone in un paese diverso da quello di origine. Clandestini o immigrati? La differenza è enorme. Questi temi scorrono nel bellissimo video passato oggi al Festival e miracolosamente disponibile in rete.
E’ affascinante, dopo la proiezione su grande schermo l’ho già rivisto due volte, ammiratelo qui

Si chiamano “richiedenti rifugio politici”: invece che accoglierli, sanare le loro ferite fisiche e spirituali, aiutarli a ricostruirsi una vita lontano da una Patria che sono stati costretti ad abbandonare, vengono “sistemati” in situazioni al limite del grottesco. Ce lo racconta IL RIFUGIO – titolo piuttosto ironico, in verità, di questo documentario del 2012. Il il nostro approfondimento qui

Dopo la caduta della dittatura salazariana del 25 aprile 1974 si sfasciò gradualmente e definitivamente anche l’impero coloniale del Portogallo. In O GRANDE KILAPY seguiamo le strabilianti imprese di un affascinante personaggio, João Fraga detto Joãozinho, nei 10 anni prima della proclamazione dell’autonomia dell’Angola. Qui la recensione!

Giovedì 9 maggio

Oggi sono stata davvero fortunata: nonostante le poco rosee premesse ho visto solo bei film.
Il primo è quello che mi preoccupava di più: VIRGEM MARGARIDA racconta come, dopo la proclamazione d’indipendenza del 1975, le prostitute del Mozambico vennero “rieducate” secondo i dettami della rivoluzione. Che zuppa! penserete – invece no: un film tutto al femminile duro e tenero insieme, una storia di autentico riscatto e di solidarietà, molti colpi allo stomaco e anche uno al cuore. Qui l’approfondimento.

Poi una serie di film dedicati al tema della morte.
A BATALHA DE TABATÔ è una riflessione su quanto possono causare alla mente di un uomo gli atroci ricordi della guerra. Un uomo torna in Guinea Bissau per il matrimonio della figlia a Tabatô, villaggio famoso per la sua secolare tradizione musicale. Ma lì affiorano anche molti ricordi, con un esito tragico. L’approfondimento a questo link

Il cortometraggio congolese OLONGO – di Clarisse Muvuba Mwimbo, 2012, 23′ – racconta di un griot da funerali, un cantore che viene tradizionalmente chiamato a illustrare i meriti del defunto e ad invocarne un sereno passaggio nell’aldilà. Un giorno Olongo, sempre più infastidito da superstizioni, meschinità e ipocrisie a cui quotidianamente assiste, prova a immaginarsi come potrebbe essere il suo, di funerale – il risultato della riflessione non è incoraggiante. Assiste per caso ad un incidente stradale col morto e, davanti alla forte somiglianza col defunto, fa un rapido scambio di carte d’identità e ne approfitta per sparire verso una nuova vita. Grottesco, ironico, acuto.

LE DJASSA A PRIS FEU si svolge ad Abidjan nel ghetto di Wassakara, il peggiore della capitale della Costa d’Avorio. Una tragedia greca fra gli ultimi della terra: il fantasma di un padre, rimasto sulla terra a vegliare sui suoi tre figli ormai adulti, assiste impotente alla rovina delle loro vite. Qualche riga in più qui

Il cinese THE CREMATOR parla di Cao: lavora in un crematorio, a cui per legge vengono portati i cadaveri non reclamati. Per guadagnare qualche soldo “vende” quelli delle donne più giovani e graziose ai parenti di uomini non sposati per farne delle “spose fantasma”.
Stavo per assistere alla seconda proiezione (impossibile vedere tutto alla prima 🙁 ) quando ho saputo che ha vinto il Concorso Lungometraggi Finestre sul Mondo di questo Festival: sono completamente d’accordo.A questo link l’approfondimento.

E per finire qualche cosa di completamente diverso: sì, è una citazione dei Monty Python. Il celebre gruppo inglese avrebbe sicuramente apprezzato il surreale, divertente, un po’ folle cortometraggio LOOT (Bottino – di Greg Rom, Sudafrica, 2012, 11′), storia sorprendente di un’insolita rapina in banca, dove realtà e fantasia, bene e male si confondono e la forza dell’immaginazione supera quella della violenza e delle armi.

Venerdì 10 maggio

Ultima giornata del Festival ma non la meno interessante. Si comincia con il sorprendente mediometraggio, italiano di produzione ma tutto etiope nello spirito, YOUTHS OF SHASHA – dedicato alla comunità rasta di Shashamani, nei pressi di Addis Abeba. Qualche riga in più qui

Segue un altro documentario: SWAHILI TALES di produzione italo-tanzaniana, un collage di tre brevi storie. Forse l’unico che non mi è piaciuto per niente fra i tanti che ho visto in questi giorni, qui vi spiego perché.

E’ di produzione cingalese e ha vinto il Premio SIGNIS (OCIC e UNDA) assegnato dalla The World Catholic Association for Communication di questo Festival WITH YOU, WITHOUT YOU. Non sono un’incorreggibile romantica, erano anni che non piangevo al cinema, ma questa volta l’ho fatto, e in sala non ero l’unica. Straziante ma stupendo. Un meritato approfondimento è a questo link

Ha vinto il Premio CEM-Mondialità Premio al miglior cortometraggio africano sui temi del dialogo interculturale assegnato da una Giuria composta da ragazze e ragazzi tra i 15 e i 18 anni di Milano. QUAND ILS DORMENT – di Maryam Touzani, Marocco, 2012, 18′ – è un delizioso piccolo film su Sara, una bimba di 6 anni, senza più padre e affezionatissima al nonno, suo amico, confidente e compagno di giochi. Lui improvvisamente muore e la piccola sfida tutte le regole religiose che vietano alle donne anche solo di sfiorare un defunto maschio: “quando tutti dormono” si sdraia accanto al suo caro nonnino, come faceva ogni sera gli racconta la sua giornata e passa un’ultima notte fra le sue braccia. Tenerissimo.

Per chiudere il curioso road-movie RUTA DE LA LUNA. Un padre machissimo, un figlio gentile e un viaggio in auto di 1.400 da Costa Rica a Panama per partecipare ad un torneo di bowling. Qualche riga in più qui

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